— Quale? — ripeteva Alberto Coscia — Quasi io lo sapessi! Studio, cerco: qualcosa di assolutamente diverso dalla stupida vita attuale.

— La chiami stupida perchè l'hai appena assaggiata, da studente. Poi, quel can barbone del tuo professore di filosofia ti ha guastato la testa; e si può dire che ti sei chiuso in quest'eremo.... Ah! Te lo invidio! Me ne farei uno studio principesco, e forse non dipingerei più anitre ed oche, ma animali più nobili, se ce ne sono... Ti sei chiuso in quest'eremo a ringrullirti dietro l'Ideale! L'Ideale, caro mio, è la realtà che si tocca e si mangia e si beve; è la piena sodisfazione dei sensi tutti, con le grandi impressioni dello spettacolo della Natura, della musica, delle altre arti, comprese le mie anitre e le mie oche, che tu avresti dovuto comprare per avere qui, nel tuo studio, una sensazione di colore passata a traverso il cervello di un tuo amico. L'Ideale è la donna amata e posseduta, in qualunque maniera... Non scandalizzarti perchè il tuo Spirito non ha mai detto se si deve amare così e così o cosà e cosà...

— L'ha detto.

— Per bocca di chi? Di quel can barbone del tuo professore di filosofia? E a lui perchè non gli hai detto che non prender moglie e far funzionare da moglie quella povera contadina della sua serva, non è precisamente l'Ideale?

— Chi lo sa? L'Ideale è così infinito, che ognuno può appropriarsene una parte e adattarlo ai bisogni del suo organismo, del suo intelletto.

— E allora? Tagliatene una gran fetta per te, e vivi la vita vera, la vita vivente; scusa se mi esprimo male. Mi ispiri pietà. Ti voglio tanto bene, che non so che farei per vederti commettere un magnifico sproposito, di quelli che permettono di assaporare l'esistenza e lasciano indolcita la bocca per un gran pezzo.

***

Ah, se Alberto avesse avuto il coraggio dì rivelare al suo amico quel che teneva chiuso, sprofondato, da quasi cinque anni, in fondo al cuore! Ma Alberto era un gran timido, e nessuno se n'era mai accorto; il Rocchi meno di tutti, forse perchè lui, di carattere vivace, non poteva affatto capire che si potesse essere timidi fino a quell'eccesso.

Aveva notato, è vero, da qualche tempo in qua che la corsa di Alberto a l'inseguimento dell'Ideale non era più, come prima, una specie di sport, con lunghe intermittenze di riposo e di ristoro; ma continua, celere e, in certi giorni, quasi affannosa. E questo gli sembrava buon segno, da un lato. Dall'altro però gli faceva sospettare che Alberto gli nascondesse qualcosa, un segreto doloroso, del quale avrebbe voluto sbarazzarsi, e non ne trovava la via.

Di tratto in tratto, con quella sua sarcastica imperturbabilità, il Rocchi lo interrogava: