— Non puoi capirlo.

— E ora, che vuoi da me?

— Dovrai dire al Pretore: C'è un testamento in casa degli eredi di don Tino Lo Faro, in fondo alla terza cassetta a sinistra della sua scrivania. Andate a cercarlo. Grazie... Addio! Addio!

Don Ciccio Lanuzza, destatosi di soprassalto, si trovò a sedere sul letto, con le gambe penzoloni dalla sponda, con brividi per tutta la persona, e un gran sgomento nel cuore.

Dalle fessure dell'imposta già penetrava nella camera la luce del sole. Saltò giù dal letto e principiò a vestirsi.

— Sogno?... Realtà?...

Egli era un po' scettico, un po' libero pensatore, quantunque intorno a certe cose pensasse assai poco. Ma il ricordo di quel che aveva visto e udito in sogno era così vivo e così netto che, udito e veduto da sveglio, non avrebbe potuto essere più netto e più vivo.

Ordinariamente, nel sogno c'è sempre qualcosa di indeciso, di confuso, di scucito. Invece egli rivedeva l'amico un po' pallido, un po' dimagrito; aveva nell'orecchio l'accento alquanto fievole ma chiaro, con cui quello aveva parlato, e gli pareva di sentirsi ripetere le precise indicazioni: — Nella terza cassetta a sinistra.

Ma, aperta la finestra, lavatosi, terminato di vestirsi, l'impressione del sogno si attenuava, lo faceva sorridere. Ieri sera avevano parlato tanto del povero Natale Mirone, del sospetto di avvelenamento, della probabile esistenza di un ultimo testamento; e, nella nottata, l'immaginazione aveva lavorato, aveva lavorato.... Via! Quando si muore è per sempre! E gli parve fin ridicolaggine il parlarne agli amici che vennero a trovarlo all'albergo quantunque provasse nell'animo l'incitamento continuo di dire:

— Sentite che sciocchezza ho sognato!