Nino, con le braccia dietro la schiena, in piedi davanti al Parroco attendeva la risposta decisiva, che questi pareva cercasse nel breviario aperto sul tavolino per dire l'uffizio.
— E vossia farà la buona Pasqua col tacchino che riceverà sabato mattina...
— Oh, per me, nulla! Io non c'entro! Io non c'entro! — protestò il Parroco. — Per la chiesa, per la campanella... una salma di farro o il prezzo. Sei contento? Faccio una particolarità, per riguardo di tua madre che è una gran devota.
— E il tacchino... lo manderà mia madre. Le bacio la mano!
La gnà Vicenza, col pretesto delle funzioni religiose della settimana santa, stava attorno a Maria Ledda per riportare notizie, per battere il ferro, come lei diceva, mentre era caldo, perchè quella benedetta ragazza riguardo alla fuga, aveva un cuor d'asino e un cuor di leone, secondo i momenti e le piccole circostanze. E Nino le andava dietro da una chiesa all'altra, facendo le viste di visitare i santi Sepolcri. E più tardi, durante la processione del Cristo alla Colonna, si strizzava rabbiosamente le mani e si mordeva le labbra, per quella malombra di Saro Barreca, che, assieme con Pizzuto, ora seguiva, ora precedeva le Ledda. Poi Nino pensava che tra due giorni, Maria sarebbe scappata di casa con lui, e si rasserenava e faceva l'indifferente.
Quando Saro apprese che la campanella di Pasqua era toccata al suo rivale, andò a prendersela col Parroco, minacciando, bestemmiando nella sagrestia, quasi si trovasse in una taverna. Il Parroco ch'era un omone, lo aveva preso per le spalle e messo fuori dell'uscio, ripetendo:
— Nella mia chiesa faccio quel che mi pare!
***
In quei giorni, Maria Ledda sembrava una mosca senza capo. Si aggirava per la casa, cominciava una faccenda, smetteva, ne principiava un'altra, e rimaneva come incantata, con le braccia ciondoloni, guardando per aria.
— Che hai? — le domandava la sorella.