— Non si vive sette anni fuori della società senza sentire una specie di ribrezzo nel momento di rientrarvi.
— Via! Bando ai tristi pensieri! — gli rispose l'avvocato. — Vede com'è indulgente il sole? Si vela in questo momento per non offenderle gli occhi.
Infatti Gabriele Loveni batteva rapidamente le palpebre sotto la falda del cappello di feltro grigio abbassata nel percorrere il breve tratto per montare in carrozza.
L'avvocato osservava che sette anni di vita carceraria avevano lasciato un'indefinibile impronta nell'aspetto, nei movimenti e nel gesto del suo cliente, rimasto muto, assorto lungo il tragitto dal carcere alla stazione, e durante le tre ore passate in un angolo del «buffet» aspettando l'arrivo del treno che doveva portarli via. Il Commendatore, assaggiando appena le pietanze, guardava suo figlio con l'ansia di chi teme un pericolo e vorrebbe sviarlo, ora, con la sodisfazione di aver raggiunto lo scopo per cui aveva desiderato ancora di vivere in questi ultimi anni.
Gabriele Loveni, lasciata spegnere fra le labbra la sigaretta avidamente cominciata a fumare, pareva smarrito dietro l'inseguimento di un fantasma fuggente.
Si udì il fischio del treno che arrivava.
***
Dora indovinò sùbito, dal primo sguardo di suo marito, che astio e livore repressi fermentavano nel cuore di quell'uomo non ostante la replicata domanda:
— Mi hai perdonato? Mi hai perdonato?
— Altrimenti non sarei qui! — ella rispose, fissandolo.