— E vi chiamate Sanguedolce! — tornò ad esclamare il Pretore.
Voleva fare il cattivo, ma era proprio Sanguedolce. E per ciò nessuno sapeva spiegarsi la sua violenta opposizione al matrimonio del nipote con la figlia di Lagnusazzu. Bella, giovanissima, con discreta dote, massaia, di quelle che sanno far tutto: filare, tessere, cucinare, impastare il pane, tutto, insomma, come oggi se ne trovan poche, perchè fin le figlie di zappatori vogliono parere signorine — così gli dicevano conoscenti ed amici — dove poteva trovarla una meglio di Tana La Mira? Sarebbe stato un'infamia dire: — la figlia di Lagnusazzu — che poi era infingardo unicamente se si trattava di fare un po' di bene al prossimo; per questo ingrassava da sembrare una botte.
Sanguedolce, appena qualcuno cominciava a parlargli del matrimonio del nipote, lo guardava in viso con certi occhi da fulminarlo, se fosse stato possibile; poi, secondo le persone, o rispondeva una parolaccia o faceva una furiosa voltata di spalle, o pure, per esempio: — col notaio Mancuso, col canonico Spano, col cavaliere Dipietro — supplicava a mani giunte:
— Mi lascino stare, per carità! Credono che sia un capriccio? Un dispetto? So io perchè! So io perchè! Mi lascino stare!
Infatti da qualche tempo in qua, soltanto il canonico Spano si permetteva di dirgli con quella sua voce lemme lemme:
— Lo facciamo, sì o no, questo matrimonio? Venite a confessarvi; è un pezzo che non vi accostate al santo tribunale della penitenza.
— Voglio mettere insieme un bel mucchio di peccati e scaricarmene tutt'a una volta... Ma di quella cosa non ne parliamo, signor canonico!
E, finalmente, neppur lui gli disse più niente.
Ma, ecco, una mattina — era domenica e Sanguedolce si preparava ad uscir di casa per andare a sentir la messa — ecco Luciano, il nipote, che entra in camera di lui, gli si pianta davanti rispettoso ma risoluto, con le sopracciglia aggrottate e le labbra aride che quasi gli impedivano di formar le parole.
— Che c'è? — domandò Sanguedolce.