— Tu parli da grullo, caro mio! E se l'ultimo testamento è il meglio? Se corregge uno sbaglio, una cantonata presa nel primo?

Sarà! Sarà! Ma io preferirei che mio zio, ora, mi dicesse: Tu porti il mio nome, sei destinato a continuare la lunga generazione dei Bicci autentici; gli innumerevoli Bicci sparsi pel mondo non contano niente... Ed ecco qui, da mano a mano, senza testamento, senza neppure un rigo di ricevuta — a che scopo la ricevuta? — prendi; queste sono le cartelle di rendita che dovresti ereditare alla mia morte. E siccome non si sa mai quando nè come si muore, e ci potrebbero essere degli indiscreti da frugare prima di te nei miei cassetti... Prendi! Comincia a godertele fin da ora!

Figuriamoci se mio zio Tommaso Bicci potrebbe indursi a un atto così semplice, diretto, con quel suo cervello balzano che non gli ha permesso di ricordarsi di me in tant'anni, neanche per cavarsi la curiosità di sapere se ero vivo, morto, scapolo, ammogliato, ricco, povero, galantuomo, farabutto, quasi il figlio di suo fratello non fosse mai esistito! Ora, tutt'a un tratto: — Vengo per fare testamento. Trovami un notaio onesto!

L'ho qui vicino, accanto al portone, uno studio notarile molto accreditato, a giudicare dalla folla dei clienti che entrano ed escono durante la giornata. Studio, perchè? A meno che la denominazione «studio» non voglia significare: Luogo dove si studia il miglior modo d'imbrogliare la gente. Conosco il notaio, vecchietto rubizzo, soltanto per saluto ogni volta che esco di casa, e lui arriva, alla stessa ora, regolarmente. — Buon giorno, signor notaio! — Buon giorno, signooor.... — Non c'è verso che mai si ricordi del mio nome. — Condurrò mio zio da lui.

Il guaio è che io non so dissimulare; tutto mi si legge sul viso come in un libro stampato. Ed ecco Marco Tanzi:

— Bicci... che c'è di nuovo? Ti sorridono gli occhi.

Posso rispondergli: — C'è il testamento dello zio in mio favore? Mi direbbe sùbito: — Bravo! Ora prenderai moglie! — Io, zitto. E lui: — Senti: se è vero che hai messo gli occhi addosso alla signorina Viola... — Sempre lo stesso discorso! A furia di ripetermelo, mi ha fatto davvero metter gli occhi addosso alla signorina Viola. Chi ci aveva mai pensato? Sì, la guardavo, dicevo, qualche volta, come tutti: — E' carina, e pare che abbia una discreta dote. — Potrebbe darsi dunque che il suo sospetto provenga da ciò. Prima, mi domandavo: — Ma a lui che glien'importa? Faccio quel che mi pare e piace e non devo render conto delle mie azioni a nessuno. — Dopo, ho capito: la signorina Viola e la sua dote fanno gola a lui. E per questo l'insistenza di Marco m'irrita, m'indispone. Il bello è che la signorina se ne sta a casa sua, tranquilla, ignara di me e di Tanzi, forse col cuore interessato di qualcuno che nè io nè Tanzi sospettiamo, perchè all'ultimo accade così: tra due litiganti, il terzo gode. — Hai delle pretese? — dico io. — Fatti avanti! — Tu devi lasciarmi libero il posto! — Io non lascio libero niente: chi è più forte vince! — Se si trattasse di farla a pugni, il più forte sarebbe lui, che è un omaccione; ma ha un cuore di coniglio... E' impertinente però; mi mette con le spalle al muro: devo dargli una lezione. Vedete? Un galantuomo si trova così nel rischio di ammazzare o di farsi ammazzare! Giacchè io non posso ingollarmi in santa pace le provocazioni di Marco Tanzi. E voglio dargli la prova che, se mi ci metto seriamente, riesco meglio di qualche altro, di lui sopratutti. Se la sente? E vada a presentarsi al signor Viola: — Vi chiedo la mano di vostra figlia! — Gli riderà in viso il signor Viola. Ma già, prima dovrebbe presentarsi alla signorina Ernesta. E' inutile far la richiesta al babbo, se non si ha la certezza anticipata del consenso della figlia.

E' il mio piano. Non già che io sia innamorato della signorina. Mi piace; è carina; dicono anche che sia istruita; via, si sa, istruzione da donne! Ha frequentato le stesse scuole che ho frequentato io. Sono istruito io? Tanzi, forse, ne sa più di me? Ingegno naturale si richiede; ma è un'altra questione. Carina, dunque, è innegabile. L'amore... ci vuol poco a farlo nascere. Uno si mette in testa una signorina, ci pensa, ci ripensa; la guarda, torna a guardarla, e, certe volte, — dicono quelli che sono stati innamorati — si ha appena il tempo di riflettere che già la signorina ha preso possesso del cuore. Finora, a me, non mi è accaduto. E, in verità, mi seccherebbe se dovessi trovarmi, che è, che non è, una signorina installata nel cuore, senza sapere come ci sia entrata. Per la signorina Viola, è un altro paio di maniche. Porta aperta. Ben venuta! Passi! Passi!... Per dispetto di Marco Tanzi. Quando uno c'è tirato pei capelli... e, sì: un duello, piuttosto che patire una soperchieria! Ernesta me ne sarà grata, ne sarà orgogliosa... — No! no! Non esporre la vita per me! — Lacrime, abbracci... E io, con bel gesto: — Devo dargli una lezione! — Tutto questo, s'intende, dopo dell'arrivo dello zio, e dopo che il testamento sarà in mano del notaio. Voglio andare a colpo sicuro.

Ah, quello zio! Se la è goduta la vita!... Quando si dice: gli stravizi della giovinezza! Ecco là il signor Tommaso Bicci, che ne ha fatto di tutti i colori, in Italia e fuori d'Italia, nel Vecchio e nel Nuovo Mondo... — è stato anche in America, a far quattrini, pare. — Dovrebbe essere un carcame, una rovina... Invece, a settant'anni, sembra quasi un giovanotto... Si tinge molto bene; non s'indovina, bisogna saperlo. Quando si dice gli stravizi! Erano fabbricati meglio i nostri parenti di un secolo fa! Solidi, solidissimi. Non lo vedo da un pezzo; ma non sarà mutato, fisicamente. Moralmente, sì. — Vengo per far testamento. — E' un'idea triste quella del testamento, e può significare un atto di prudenza, di preveggenza, e, anche, un presentimento di prossima fine.

Non sarà male intanto far qualche approccio verso la signorina Viola. La incontro spesso con la sua mamma. Vanno pei negozi ogni giorno; sempre con pacchi, pacchetti, pacchettini in mano: spendono troppo. — Eh, cara! Noi non possiamo continuare questo genere di vita! — Che vita? — Capisci che le nostre risorse... — E la mia dote? — Non buttarmela in faccia la tua dote. — Devo dunque privarmi... — Privarti di niente! Quel che è necessario. Il superfluo...