E, appena entrato in salotto, mi accorsi con dolore e dispetto, che la inconsiderata era lei; stavo per dire: la sfacciata. Mi ero appartato in un angolo col vecchio pittore polacco Mirloscky, e il fantastico italiano che egli parlava, e che richiedeva uno sforzo di attenzione per esser inteso, non mi aveva impedito di sorvegliare la manovra con cui colei aveva attirato Diego nel vano di una finestra. Istintivamente, in quel punto, avevo cercato con gli occhi il signor Forcelli. Era lì vicino e guardava sua moglie e Diego sorridendo, senza nessun segno di sospetto. Mi rassicurai. Mirloscky ragionava entusiasticamente della padrona di casa.
Ne voleva fare la principale figura di un quadro storico a cui pensava da parecchio tempo. Le aveva espresso il desiderio di averla per modella. Col ricco costume polacco del 400 — e me lo descriveva — quella bellissima persona, alta, bionda, quasi pallida, con quegli occhi nerissimi, sarebbe stata una figura meravigliosa. E siccome ella ci passava davanti, Mirloscky, alzatosi da sedere, la fermò dicendole: — Parlavamo del mio quadro. — Ah, sì — ella rispose. — Intanto vengano a vedere il mio albero di Natale.
Per quella festa, che si faceva la prima volta in casa sua, gli invitati erano numerosi. — Bada! — io ripetei sottovoce a Diego che pareva non stesse nei panni e mi stringeva le mani quasi volesse comunicarmi parte della sua felicità.
L'uscio della sala da pranzo si spalancava in quel punto; me ne accorsi dalla gran luce che arrivò fino in salotto e dall'affollarsi degl'invitati.
Mi fermai su l'uscio assieme con Mirloscky. Lo spettacolo era bello. Tutti ridevano contendendosi i regali che la signora andava staccando dall'albero porgendoli alle mani tese con gioia infantile. E vidi questo. La signora Forcelli stava per porgere uno di quei regali a Diego, quando il marito, per ischerzo, se ne impossessò lui. Ella tentò di strapparglielo di mano, e tentò anche Diego, ma il marito fu più lesto. La signora Forcelli diventò pallida, tutt'a un tratto; Diego fece un viso da morto... Io capii subito che qualcosa di sinistro era avvenuto.
E accorsi presso il mio amico. — Oh, Dio! — mi sussurò all'orecchio. — Bisogna impedire che il marito apra quell'involto! — E si slanciò dietro il signor Forcelli, fingendo un'allegria che però lasciava trasparire quanto fosse forzata. Lo raggiunsi. — Questo regalo era destinato a me; non posso cedertelo, — disse Diego tentando di strapparglielo di mano. — È di buona conquista! — rispose il Forcelli, mettendoselo intasca. Evidentemente era insospettito dell'aria stravolta di Diego. Mi voltai verso la signora. Aveva cessato di distribuire i regali, lasciando che gli altri invitati li prendessero da sè, e usciva dalla sala da pranzo rapidamente. Nessuno degli invitati si era accorto di niente. Io tremavo.
Eravamo quasi tutti ritornati in salotto. I due bambini stavano attorno al babbo, carichi di regali, raggianti di gioia. Il signor Forcelli li accarezzava, distratto. Poi li allontanò con le due mani, girò lo sguardo attorno quasi cercasse qualcuno, e fece alcuni passi verso l'uscio. Diego era appoggiato allo spigolo, come trasognato. Passando, il signor Forcelli gli disse qualcosa. Diego stralunò gli occhi e lo seguì nell'altra stanza. Lasciai Mirloscky che rideva dell'umoristico regalo toccatogli, e giunsi in tempo per vedere sparire Diego e il signor Forcelli in fondo al corridoio che metteva nel suo studio. Sentii chiudere l'uscio. Un fruscio di veste femminile mi veniva dietro. — Dove sono? — mi domandò affannosamente la signora Forcelli. Additai lo studio. La signora si torse con atto disperato le mani e fuggì via. Rimasi lì, atterrito, senza saper che fare; poi mi accostai pianamente all'uscio e stetti a origliare. Udivo la voce del Forcelli, ma non le parole. Il tono della voce era concitato. Allora accostai l'occhio al buco della serratura. Diego, seduto presso la scrivania con la testa fra le mani, non rispondeva niente. Di tratto in tratto vedevo passare davanti al lume una mano del signor Forcelli, con gesto energico, minaccioso, e la sua voce continuava, continuava irritata, minacciosa anch'essa. Trattenni il respiro. Ora le parole, a intervalli, mi arrivavano chiare all'orecchio accostato all'uscio. Compresi che ormai il marito sapeva tutto! — Potrei ammazzarti come un cane!... I miei figli!... I miei figli!... Per loro soltanto!
Appena le parole diventavano indistinte, mettevo l'occhio al buco. Vidi Diego alzarsi da sedere, e fare un gesto di dolorosa rassegnazione. Mi parve invecchiato improvvisamente. — Un duello! — pensai. Ma subito dovetti persuadermi che si trattava di altro. Di che cosa? Non potevo indovinare. Vedeva benissimo il signor Forcelli che cavava fuori da un cassetto un foglio e una busta e metteva accosto ad esso il calamaio e la penna. Diego sedette di nuovo con le spalle voltate a me. La voce del signor Forcelli dettava, Diego scriveva. Cinque minuti di terribile ansia! Quando la voce tacque, il signor Forcelli accostò al lume il foglio, lesse, lo piegò, lo mise dentro la busta. Diego si alzò. Compresi che tutto era finito e che quei due stavano per uscire. Mi allontanai in punta di piedi, e tornai in salotto. La signora Forcelli era là. Parlava, rideva, se non che, di tratto in tratto, guardava verso l'uscio con sguardi di cui io solo intendevo il significato. — Vi sentite malo? — mi domandò il Mirlascky. — Perchè? — dissi affettando disinvoltura. — Avete un faccio strano! — Sorrisi e scossi il capo negativamente. Il signor Forcelli e Diego tornavano in salotto, discorrendo tranquillamente. Diego anzi sorrideva.
— Che è accaduto? — gli domandai, tirandolo da parte. — Niente — rispose. Lo guardai negli occhi. — Andiamo via — soggiunse quasi subito. — Non congedarti da nessuno.
Scendemmo le scale silenziosamente. Ma nella via mi fermai.