— Domani egli metterà alla posta la mia lettera al direttore della Tribuna, con cui gli spiego il mio suicidio. Non posso rendermi ridicolo... Forcelli mi ha accordato quindici giorni di tempo per assestare i miei affari e sviare ogni sospetto. Ha ragione; egli è padre. Non vuole che pesi sui suoi figliuolini l'onta della madre. Ha ragione!

Parlava quasi vinto da una suggestione; non mi pareva più lui.

— Ma io impedirò! — esclamai.

— Tu non farai niente! — m'impose. — Faresti uno scandalo inutile. Addio! Addio!

Mi abbracciò ripetutamente, mi baciò. Io piangevo, tenendolo stretto stretto tra le braccia. Credevo di fare un orrido sogno!...

Questo è il mistero del suicidio di Diego Mutti. I Forcelli ora sono in America. Non torneranno più in Roma. Tu non li conosci; e, inoltre, mi hai giurato di mantenermi il segreto!...

Infatti io ho trascritto il racconto di Romiti, mutando i nomi dei luoghi e delle persone. E poi, il povero Romiti è morto anche lui, ed io ho creduto che la morte mi abbia sciolto, almeno in parte, dal mio giuramento.

LA MERCEDE

Angelo Capparota era tornato dall'ufficio così sconvolto in viso, che sua moglie, meravigliata di vederla rientrare in casa prima dell'ora solita, lo prese per una mano e gli domandò premurosamente, con dolcissima espressione di affetto: