— Angelo mio, che hai? Ti senti male?
Egli tardò un po' a rispondere, liberando la mano dalla mano di lei, e cominciando a cavarsi il soprabito. Pareva volesse evitare di guardarla in faccia, e stentasse a trovare le parole.
— Che hai? — replicò sua moglie.
— Un piccolo disturbo... Non so... Mi son sentito male tutt'a un tratto. Mi butterò sul letto... Non è niente.
Ella gli levò di mano il soprabito e lo ripose. Guardava suo marito con aria diffidente, mentre egli stirava le braccia e tutta la persona, quasi volesse così scacciare il torpore che l'opprimeva, stanchezza o dolore chiuso non si capiva bene; malessere certamente, forse più grave di quel che egli non volesse far scorgere. E perciò ella gli stava attorno, accarezzandolo, ripetendo la sua domanda: — Che hai? — cercando, con l'insistenza, di trargli di bocca una risposta più chiara, più sincera, giacchè le pareva che il suono velato della voce di lui non corrispondesse al senso delle parole.
— Mi butterò sul letto, qualche ora. Non inpensierirti, Nannina.
Nannina lo seguì in camera. Sprimacciò i guanciali, gli buttò addosso una coperta, e stette alcuni minuti davanti al letto, tenendogli la mano su la fronte.
Pallidissimo, col respiro frequente e gli occhi chiusi, suo marito stava là immobile, senza dire una parola. Poi, sotto la impressione dell'altra mano di Nannina che gli accarezzava lievemente una guancia, egli aperse gli occhi, atteggiò le labbra a un sorriso e disse:
— Chiudi gli scuri; lasciami riposare. Comincio a sentirmi meglio.
Nannina lo baciò più volte, esclamando: