— Non è facile; e questo è il peggio!

— Perchè?

— Perchè... Non ne parliamo.

Erano arrivati in Piazza Vittorio Emanuele davanti all'Istituto di Sanità, dove il dottor Anguilleri lavorava nella sezione battereologica.

— Vieni su, ti distrarrai, — gli disse.

— Tra i microbi? No; mi fanno schifo.

— Manda al diavolo costei, e mettiti a lavorare! — ripetè il dottore che gli voleva molto bene e ne ammirava assai l'ingegno.

Fausto gli strinse la mano e tornò addietro a piedi, riflettendo accoratamente che l'Anguilleri non aveva torto. In che modo poteva egli romperla? Abbandonando quelle stanze, aggravando così la sua trista situazione? S'era lasciato irretire e non sapeva come distrigarsi. Gli mancava il coraggio di dire a quella povera donna: — Non t'amo più! —

— L'avea mai amata? Ella già dubitava; eppure gli si aggrappava addosso, come una naufraga, pazza di amore addirittura, decisa a commettere qualunque enormità! Non c'era verso di liberarsi di lei senza produrre uno scandalo. E intanto, maligna sorte! egli intravedeva che, forse, senza quest'impiccio, senza questo legame... Ah, che vita! Che tortura!

Trasalì, vedendo quasi accoccolata sul canapè la signora Ghedini che lo attendeva. Pallida, con gli occhi rossi dal pianto, lo guardava fisso fisso, quasi per leggergli nell'aspetto il segreto che la desolava.