Lidia aveva parlato? Come lo avrebbe ricevuto davanti ai genitori? Che avrebbe egli potuto dire per scusarsi con loro, per spiegare il fatto?
Non aveva avuto tempo di rispondere alle rapidissime domande. La serva, picchiato leggermente all'uscio e apertolo, si era tirata da parte per lasciar passare il fidanzato della sua signorina, come essa lo chiamava da sei mesi.
Nella cameretta mezza al buio, Renzo scorse subito la signora Aurelia al capezzale della figlia e il signor Franzeri sprofondato nella poltrona a sinistra dell'uscio. Sotto le coperte bianche del letto si distingueva appena l'esile corpicino di Lidia.
La faccia sbiadita, con gli occhi chiusi e le labbra smorte, risaltava sul guanciale soltanto pel contorno dei neri capelli quasi disciolti.
Renzo non osò d'inoltrarsi.
— Riposa? — domandò sotto voce al signor Franzeri.
— Non credo; è vero, Aurelia?
La signora Aurelia porse a Renzo la mano, e lo attirò davanti al letto.
— Lidia! Lidia! — chiamò. — Guarda chi c'è?
Lidia aperse gli occhi, tentò di sorridere e con fioca voce disse: