GRAFOMANE?¹
¹ __Salvatore Grita__, schizzi critici—Prima puntata. Roma, Tip. Economica Commerciale 1897.
No. Certamente è un peccato che Salvatore Grita maneggi da qualche tempo in qua (ahimè da molto tempo in qua!) più la penna che la stecca; ma non è tanto facile trovare delle persone che, come lui, non perdano quasi punto nel cambiar mestiere. Dirò di più: sarebbe desiderabile che molti scrittori di mestiere (si noti, non dico: mestieranti) maneggiassero la penna con la stessa facilità di lui, con la stessa forza di arguzia, con la stessa ricchezza d'ironia che rendono gli scritti di questo scultore un'opera d'arte.
Quando ricordo il giovane che nel 1855 tornava nella sua città natale, Caltagirone, per esporvi la sua prima statua, La Speranza nella sventura, bruno, con folta capigliatura nera, con occhi nerissimi, con indosso l'ondeggiante chemise di lustrino nero allora in voga; e lo paragono all'uomo di oggi, canuto, accasciato, quasi curvo sotto il peso delle disgrazie d'ogni sorta, che però non son riuscite ad abbatterne l'animo imperterrito e a intorpidirne l'eletto ingegno, io mi sento preso da grande commozione e da più grande ammirazione. E penso: sì, è vero, ognuno di noi si foggia con le proprie mani il suo destino; ma, spesso, una crudele fatalità pesa talmente su certe creature umane, da non lasciare nessun dubbio che la responsabilità dello sconvolgimento di una vita debba attribuirsi, più che all'individuo, alle circostanze di cui egli è stato vittima.
Salvatore Grita appartiene a questa categoria.
La lettera che egli scrive all'onorevole Imbriani, a proposito della sua interpellanza pel monumento nazionale al Mazzini, è un capolavoro di 75 pagine che onorerebbe qualunque scrittore di grido. È eccessiva? Violenta? Impertinente? Aggressiva? È quale appunto lo scrittore l'ha voluta. Ma che logica stringente! Ma che mordente sarcasmo! Ma che brio e che umore, nel miglior senso di questa parola! Non una frase, non una parola vuota e fuori posto. L'argomentazione prorompe ex abundantia cordis, lo stile scatta, irride, graffia, morde: e nello stesso tempo si sente che nel suono della voce dello scrittore c'è qualcosa che sa di pianto, e si capisce che la mano di tratto in tratto ha dovuto arrestarsi perchè gli occhi erano gonfi di lagrime che gli velavano la vista.
"Leggete, leggete, ve ne prego, fatemi la grazia di andare fino in fondo: fo un debito per far stampare tutto questo, per così diminuirvi la fatica nel leggere, perchè amo che lo leggiate voi e quei pochi che vi somigliano." (pag. 29).
Salvatore Grita è tanto disgraziato che può darsi benissimo che forse neppur l'on. Imbriani (il quale pure legge tutti i plichi che gli inviano) troverà un quarto d'ora per vedere che diamine voglia da lui uno che comincia con dirgli: "Come? Anche voi vi schierate tra i nemici di Giuseppe Mazzini?"
Giorni fa tutti i giornali di Roma sbraitavano contro la monumentomania da cui è stato preso quest'ultimo quarto del secolo morente; tutti esclamavano: Troppe brutte statue! Troppi bruttissimi gruppi! L'Italia ne è profanata da un capo all'altro! Smettiamo!
Salvatore Grita, scultore, predica così da più di trent'anni, spassionatamente, per puro amore all'arte e della dignità nazionale, accompagnando le sue alte grida da ragioni estetiche, civili, economiche anche, se si pensa ai milioni miseramente sciupati… Ebbene, che profitto ne ha cavato? Quello soltanto di sentirsi chiamare spostato, mattoide, grafomane; anzi, no, non quello soltanto. Personalmente ne ha avuto il bel profitto di un ostracismo che più tardi, se davvero il mondo diventerà a poco a poco più civile e più onesto, parrà affatto incredibile.