¹ Giambattista Grassi-Bertazzi, Vita intima, (lettere inedite di Lionardo Vigo e di alcuni illustri suoi contemporanei). Catania, Cav. N. Giannotta, editore.

Ecco un volume straordinariamente, come oggi si dice, suggestivo. Il nome di Lionardo Vigo per molti lettori non vorrà dir niente. Pochi sanno ch'egli fu tra i primi a raccogliere canti popolari; pochissimi hanno sfogliato la Raccolta amplissima (questo titolo, per chi conobbe l'uomo, è una rivelazione) che fu la seconda edizione dei canti popolari siciliani. Nel 1861, per suggerimento del Prati, il Pomba pubblicò a Torino, nella sua Nuova biblioteca popolare, un volume di poesie del Vigo, intitolato Lirica; ma esso, aspro e rude nella forma, non era di quelli che potevano allettare i lettori; e per ciò ebbe poca fortuna. Il suo poema epico Ruggero seguì la sorte di tutti i tentativi epici moderni; si possono, credo, contar sulle dita i siciliani che lo hanno letto da cima a fondo. Il resto della sua produzione, storica e archeologica, è tuttavia disperso in opuscoli, riviste e giornali; e, caso venisse raccolto, servirebbe soltanto a mostrare la versatilità, l'operosità instancabile dell'autore e nient'altro.

Non ostante tutto questo, Lionardo Vigo è una figura attraente. Alcune qualità, e parecchi segni caratteristici del siciliano di più di mezzo secolo fa sono così spiccati anzi esagerati in lui, che ne formano una figura assai interessante per chi vorrà studiare la Sicilia dal '20 al '60, e seguire la trasformazione dello spirito isolano dal '60 in poi.

Io lo ricordo nella sua graziosa villetta La Trinacria a pochi chilometri d'Acireale. Il salottino dove ci eravamo fermati a discorrere era arredato a uso impero, cioè rimasto tale quale lo avevano arredato quando la villetta era stata fabbricata. Si ragionava di Firenze, da cui io tornavo in quei giorni dopo cinque anni di dimora. Da una cosa all'altra, il discorso era caduto sui fatti della sanguinosa sommossa palermitana nel '66, ed io riferivo l'impressione che se ne era avuta nella capitale provvisoria. Per mio conto, mi scappò detto che in quei giorni avevo arrossito di essere siciliano. Egli scattò in piedi, sgranando gli occhi, atteggiando le labbra carnose a un'espressione di sdegno e di commiserazione:

—Cotesti tuoi toscani t'hanno ridotto…!

E non posso scrivere la parola perchè la buona creanza me lo vieta.

Io lo guardai meravigliato e sorrisi. Avevo capito che egli non approvava gli orrori di quelle triste giornate; voleva però che un siciliano non arrossisse della sua patria neppure quando essa, in un momento di aberrazione, si comportava selvaggiamente.

Egli chiamava Palermo: la prima città del mondo!

Si poteva dire che la fantasia del Meli La Origini dì lu munnu veniva stimata dal Vigo verità sacrosanta. Il mondo è creato da Giove, trasformando in isole e continenti le membra del suo corpo.

Eccu l'Italia chi fu l'anca dritta
Di Giovi, e fu rigina di la terra.