Ma la testa? (ora cca vennu li liti)
leu dieu è la Sicilia; ma un Romanu
Dici ch'è Roma; dicinu li Sciti
Ch'è la Scizia; e accussì di manu in manu
Quanto c'è regni, tanto sintiriti
Essirci testi…. Jamu chianu chianu.
La testa è una; addunca senza sbagghi
É la Sicilia, e c'è 'ntra li midagghi.

Infatti gli ultimi anni della vita del Vigo furono occupati a tentar di provare il primato civile della sua isola diletta, di fronte alle altre provincie italiane. La sua Protostasi sicula vorrebbe dimostrare storicamente e archeologicamente che una civiltà sicula anteriore alla greca e alla etrusca era fiorita colà.

Egli non s'era sbigottito di quest'intrapresa; e la sua assoluta deficienza nel greco e nelle lingue moderne da cui oggi l'erudizione trae materiali di ricerche per le ricostruzioni del remotissimo passato, la scarsezza di documenti e di testimonianze lo rendevano anzi intrepido e sicuro. Un'ipotesi qualunque, la fantastica interpretazione di un testo assumevano per lui valore di autorità, di documento irrefragabile. Procedeva come un bambino che corra su l'orlo d'un precipizio, ignaro del pericolo e sorridente, mentre gli spettatori della sua corsa gelano di orrore.

Gli eruditi, gli storici, gli scienziati sorrideranno: ma chi pensa al carattere dell'uomo che si pasceva e viveva di quei bei sogni, si sente preso di entusiasmo e di ammirazione.

Trattandosi della Sicilia, i suoi occhi assumevano la virtù del microscopio; vedevano tutto straordinariamente ingrandito.

Nella Sicilia, dopo Palermo, c'era un angolo a piè dell'Etna ch'egli amava con lo stesso amore smodato, Acireale. Sfogliando la sua Raccolta amplissima, si vede a occhio la larga parte da lui fatta ad Acireale; e dico fatta perchè mi costa che egli metteva come raccolti colà i più bei canti che gli arrivavano da altri paesi siciliani. Io gli avevo mandato alcune centinaia di canti popolari raccolti dalla bocca dei contadini della mia città nativa, Mineo; rileggendo le bozze di stampa, mi accorsi che parecchi di essi erano stati sottosegnati: Acireale; e me ne lagnai.

—Che importa?—egli mi rispose.—Di Mineo, o di Acireale, rimangono sempre siciliani.

E fu allora che io, non volendo mostrarmi da meno nell'amore del proprio paese, gli feci la burletta di foggiare qualche centinaio di canti, da lui, in buona fede, poi stampati come popolari. Ricordo che in uno di essi m'ero appropriato un noto verso dantesco, voltandolo in dialetto:

Donni ca aviti 'ntillettu d'amuri.

Seppi, parecchi anni appresso, quando svelai dopo la morte del Vigo la mia marachella giovanile, che il professor d'Ancona, dalla sua cattedra di Pisa, aveva a lungo discusso intorno alla questione se Dante avesse tolto a imprestito quel verso da l'ignoto poeta popolare siciliano, o se il poeta siciliano lo avesse rubato all'Alighieri.