Com'era orgoglioso di quella raccolta che avrebbe recato trionfalmente il nome del popolo siciliano per tutto il mondo!
Trovo qua e là nel volume tracce della mia marachella dei supposti
Canti popolari. In uno di essi io avevo messo il nome del conte
Ruggiero:
Bedda, ca' aviti picciulu lu peri,
D'oru e d'argentu la scarpa v'hè fari.
Si vi scuprisci lu conti Ruggeri
Ca di lu peri s'avi a 'nnamurari!
Il nome del suo eroe prediletto era bastato per fargli supporre che quel canto fosse del tempo della conquista normanna. Ne scrisse a Michele Amari, che gli raccomandò prudentemente di star cauto nell'accettare certe ipotesi.
Il Vigo dovette insistere nella sua opinione, perchè Emerico Amari gli scriveva nello stesso anno: "Mi parlate d'un canto dell'epoca di Ruggiero: se è autentico, è un tesoro tale che sono meravigliato di volerlo lasciare dormire sino all'edizione del 2^o volume; pubblicatelo solo, subito; replico è tale tesoro, se vero, che varrebbe un libro intero."
Quando si trattava di cose siciliane, la critica gli faceva difetto. La colpa in questo caso pur troppo era tutta mia. Ma ecco un aneddoto che dimostra come in alcune occasioni il Vigo non comprendesse la ragione di certi scrupoli. Un giorno egli mi faceva leggere su le bozze un canto che la fretta non mi ha permesso di rintracciare nella Raccolta amplissima. Parlava d'una terribile carestia, cosa non rara nel secolo scorso. Due versi di quel canto però mi erano sembrati troppo letterari e non glielo nascosi. E allora il Vigo, ingenuamente, mi confessò che lo aveva un po' aggiustato lui. In quel tempo egli era in uno stato di irritazione per le delusioni politiche che il suo regionalismo gli faceva esageratamente soffrire, e per ciò non gli era parso vero di poter fare, con quel canto, una specie di vendetta. Parlando di campi inariditi dalla mancanza di pioggia, come richiamo alle carestie del tempo di Vittorio Amedeo e come allusione alle condizioni economiche della Sicilia ridotta provincia italiana, egli, rimpastando, o forse scrivendo di sana pianta quel canto, vi avea innestato il verso:
Pari ca cci passau Casa Savoia!
(Sembra che sia passata di qui Casa Savoia!)
E lo faceva risuonare anzi reboare declamandolo.
Con quale ammirazione però non scrive del primo viaggio nel continente al padre, alla moglie, al figlio! L'intestazione della sua prima lettera dipinge efficacemente il siciliano di mezzo secolo fa: Miei carissimi, padre e signore, moglie e amata, figlio e conforto!