Fra i personaggi che più spiccano in questo saggio di corrispondenza, è Michele Amari. Le lettere dell'Amari da Parigi dimostrano che tempra di uomini furono gli esuli siciliani del '49.

Dopo la restaurazione borbonica, il Vigo si era ritirato nella sua villa di Ballo su le falde dell'Etna.

"Io me ne vivo qui, lontano da tutti, solo, intendo senza i tristi, ma con qualche amico, che viene a gustare i miei vini e con mia figlia e i miei libri e questi amatissimi villani; e se in tanto dolore di casi si può aver pace, io l'ho pienissima."

Riprende a lavorare alla raccolta dei canti popolari a cui pensava sin dal '45; studia per mettere assieme i materiali della Protostasi della civiltà siculo italica, riprende la corrispondenza con l'Amari, col Giudici, con parecchi altri.

L'Amari nel '56 gli scrive da Parigi:

"Il secondo volume (della Storia dei Mussulmani in Sicilia) già stampato a metà, tarda ad uscire in luce per varie ragioni, delle quali la prima è che io, faticando all'opera per 22 anni, ne consumai il misero prezzo! onde ho dovuto guadagnare il pane quotidiano asciutto in altra guisa: cioè facendo il catalogo dei m. s. arabici della Biblioteca di Parigi a 5 franchi al giorno per cinque ore di fatica, fuori le feste e le vacanze, lavoro e paga sospesi nelle feste, il che torna, in valori di Sicilia, a due tarì e mezzo ¹.—L'altra ragione precipua che le altre sei o sette ore al giorno che lavoro in casa mia, sono state consacrate alla Biblioteca Arabo Sicula, cioè al fumo senz'arrosto; al dovere immaginario che m'imposi, di dare un terzo volume della Raccolta di Caruso o un 25^o di Muratori come vi piaccia chiamarlo; al culto di una divinità che mi ha pagato, dal '48 in qua, d'ingratitudine e dimenticanza. Ma che importa?"

¹ Una lira e cinque centesimi italiani!

Un mese dopo, il Vigo gli rispondeva:

"Dio ci conceda poterci abbracciare prima di morire!"

Dissentivano intorno a molte quistioni filologiche e storiche. L'Amari lo ammoniva francamente della stortezza di alcune sue opinioni intorno al dialetto siciliano, e di parecchi pregiudizi intorno all'influenza dei mussulmani in Sicilia; ma si volevano bene. Eppure l'antica amicizia non impedì all'Amari, ministro dell'istruzione pubblica del regno d'Italia, di rifiutarsi a compiacere il vecchio amico in una sua pretesa che a lui sembrava o eccessiva o inopportuna per ragioni locali. Il Vigo chiedeva di essere nominato professore di eloquenza nell'Università di Catania o ispettore scolastico nella stessa città: e il rifiuto dell'Amari lo offese; a torto, secondo me. Avrebbe dovuto colmarlo di ammirazione per l'onesto carattere dell'amico.