E il De Goncourt, facendo risuonare quella sua particolare risata ironica e geniale:

"—Come sono fortunati questi spagnuoli! Non hanno un Ohnet!"

Singolarissima è la scena della sua visita a Vittor Hugo; merita di essere tradotta per intero.

"Negli ultimi giorni della mia dimora a Parigi, al mio ritorno da Vichy, conobbi Vittor Hugo, ultimo e grandioso superstite della generazione romantica.

L'autore dello Hernani m'invitò a un suo ricevimento; e dovrei dire: alla sua corte, perchè egli aveva l'aria di un sovrano detronizzato, in quel gran salone illuminato da splendidi lampadari di cristallo veneziano, tappezzato di stoffa di seta, col pavimento coperto da magnifici tappeti, e dove da un lato e dall'altro,—in doppia fila, zitti, o parlando sommessamente tra loro, quasi non osassero accostarsi molto da vicino al maestro—stavano seduti gli ultimi cortigiani della maestà decaduta, e i neofiti tardivi e sorpassati del romanticismo.

Vittor Hugo mi fece sedere al suo fianco, e mi indirizzò la parola. Si fece subito, un gran silenzio attorno, per prestare attenzione al nostro dialogo, che da parte mia si riduceva a quelle rare e timide risposte che sono di prammatica in simili udienze. Vittor Hugo dichiarò che riguardava la Spagna come sua seconda patria, mostrò il suo dispiacere di vederla molto indietro su la via del progresso e soggiunse che non poteva essere altrimenti in un paese dove la Santa Inquisizione aveva martoriato senza pietà scrittori e scienziati. Con tutti i riguardi che il galateo insegna quando si tratta di dover contraddire una persona, e specialmente quando questa persona si chiama Vittor Hugo, risposi che le più splendide epoche della nostra letteratura erano state appunto quelle inquisitoriali, e che l'Inquisizione non si era mai mescolata di letteratura, nè aveva mai bruciato nessun scienziato e nessuno scrittore, all'infuori di ebrei, streghe e fattucchieri. Non si mostrò convinto; ed io, spinta dalla mia inveterata passione di difender la Spagna dalle accuse gratuite, mi misi a polemizzare col vecchio, con buone parole, s'intende, con frasi rispettose e carezzevoli; e quando il poeta affermò che nel 1824 ci erano stati ancora degli autos da fè, non gli dissi che commetteva un anacronismo, ma lo pregai di verificare la notizia, aggiungendo che l'Inquisizione, soppressa per decreto nel 1812, era stata soppressa di fatto molti anni avanti. Di faccia a me sedeva una signora che faceva gli onori di casa, credo la signora Lochroy, la quale mi domandò con velata ironia se io avevo studiato la storia presso i padri domenicani. Ed io subito replicai negligentemente che nel Michelet, nel Thiers e in altri storici francesi avevo letto le Dragonate, la notte di San Bartolomeo, il Terrore e altri episodi della storia di Francia, a petto dei quali gli orrori della Inquisizione erano pasticcetti e zuccherini; e soggiunsi che la Spagna non aveva perseguitato Clemente Marot, nè mandato al patibolo Andrea Chènier, perchè gli spagnuoli apprezzano e venerano le Muse, come provava la mia presenza in quella casa.

Voilà bien l'espagnole!—mormorò Vittor Hugo con mezzo sorriso su le labbra.

E cominciò a incensare la Spagna, il paese, secondo lui, più romanzesco di Europa; e a interrogarmi intorno ai nostri scrittori contemporanei dei quali non conosceva neppure un rigo. La serata trascorse in un soffio, e pareva che pei discepoli fosse rotto l'incanto; si agitavano e parlavano, giacchè in quella sala del trono—vera sala d'inquisizione poetica!—soltanto un incidente casuale, come la presenza di uno straniero, poteva recare l'animazione della controversia e rompere il gelo del rispetto quasi jeratico. Alle dodici, Vittor Hugo mi congedò. Mi regalò il suo ritratto e quello dei suoi nipotini, col suo autografo, e mi baciò in fronte; costume francese, che se in altra occasione, a me spagnuola, sarebbe parso dì cattivo gusto, ora mi riuscì commovente in persona di quell'ottagenario già curvato più sotto il peso degli allori che non sotto quello degli anni, e vicino al sepolcro, dove ormai dorme. Sia pace all'anima sua!"

Voilà bien l'espagnole!—ripeto io, terminando di scrivere.

E penso, con rammarico, che questo semplice episodio potrebbe insegnare qualcosa a parecchi italiani di oggi.