Che n'ha fatto il De Castro della misteriosa figura della Regina di
Saba?
Un simbolo. Pel De Castro, secondo il Pica, lo scopo precipuo della poesia moderna consiste nel presentare dei simboli eterni universali. Ed io aggiungo: Ben venga pure il simbolo in arte, a patto però ch'esso vi arrivi a traverso la vita; a patto, cioè, che le figure evocate dall'immaginazione del poeta siano, prima di tutto, creature vive e non ombre, o astrazioni filosofiche battezzate con un nome qualunque. Ben venga pure il simbolo, a patto però che gli accessorii non sopraffacciano il soggetto principale, che la frase, l'immagine, i vocaboli arcaici o distolti dal loro schietto significato non costituiscano insomma una retorica per lo meno altrettanto inetta e sciocca quanto l'altra che si vorrebbe scacciar via. Ben venga pure il simbolo, a patto però che scaturisca sincero dall'immaginazione del poeta, e non per artificio di ricette che ormai non conservano neppure l'attrattiva del segreto e possono, con maggiore o minore abilità, essere eseguite da qualunque farmacista dell'arte. Ben venga finalmente il simbolo, a patto però che mantenga le sue promesse, che sia essenza spirituale, cioè che ci apra spiragli più larghi e più luminosi da cui spingere lo sguardo negli abissi dello spirito umano, non giocherello, trompe-l'-oil, manichino vestito di broccato e posto in fondo a una stanza mezzo buia per far paura alla gente che vi entra inavvertitamente.
Io non so chi sia il valoroso critico francese citato dal Pica che chiamando un pur chef-d'-oeuvre questa Belkiss del De Castro, non ha dato una bella prova d'intelligenza; e ammiro l'arguta riserbatezza con cui il Pica lo avverte di aver dimenticato una spirituale legge, un po' crudele forse ma non del tutto ingiusta, secondo la quale, prima di chiamar capolavoro un'opera d'arte, bisogna lasciar che il tempo vi deponga su la sua lucida pàtina.
È giusto accordare al poeta la più ampia libertà nella concezione del suo lavoro. Ed io non oserei dir niente al poeta di Belkiss pel capriccio che ha avuto di far della regina di Saba una nevrotica d'oggi, stavo per dire una morfinomane, se (sia arte, sia caso) la figura biblica, nella sua interminatezza, non fosse assai più attraente, più suggestiva, più moderna della Belkiss portoghese. Attratta dalla fama della sapienza di Salomone, la regina biblica va a Gerusalemme a far prova di enimmi con lui, e non ha soltanto una morbosa curiosità di sensi, un bisogno dei baci di Salomone e di nient'altro, come questa Belkiss che confida le sue notturne frenesie al saggio Sofesamin, e che vuole quei baci unicamente perchè le pare che debba essere assai dolce vedersi inginocchiato ai piedi colui che ha il mondo intero inginocchiato intorno a sè.
Per imbastire una figurina isterica di questa natura, qualunque sartina poteva servire di pretesto e di modello; per dirci la volgarissima verità che realizzare un desiderio significa ammazzarlo, qualunque intrichetto era sufficiente, com'è stato sufficiente a tanti romanzieri e novellieri, piccoli e grandi, che hanno cucinato quel concetto in tutte le salse. Perchè scomodare la regina di Saba e il savio Sofesamin e Hedad re di Edom e tanti altri personaggi con nomi più o meno strani, e far ripetere al gran Re sapiente la strofe del Cantico dei cantici in una situazione da operetta? Perchè mettere, come cornice a un fattarellino di alcova, i palazzi di Axum con gl'intercolunni velati da grosse coltri di lino di Egitto ricamate in seta; e la vasta piazza degli obelischi con le scalee fiancheggiate da sfingi che conducono al palazzo reale; e la tetra foresta incantata su la gran rupe a picco del mar Rosso; e l'altra terrazza che domina il mare, lastricata di marmo verde, con in giro vasi pieni di gigli bianchi di Antiochia e di gigli rossi di Licia; e far la rivista di tutte le pietre preziose segnate nella storia Naturale di Plinio il giovane; e circondare di una tenebra di sette giorni il palazzo reale di Axum, se finalmente quel che più premeva, lo stato d'animo di Belkiss dopo di aver colto i sospirati baci di Salomone dovea ridursi a un brevissimo accenno?
—La decorazione è splendida!—Sia pure! Ma il simbolo non se ne giova affatto. Come non giova a render viva la figura di Sofesamin, descrivercelo con la barba d'argento che gli copre il petto, con la mitra in capo, da cui pendono, nascondendogli le orecchie e scendendogli fino alle ascelle, due strisce di stoffa dura e tesa, con sotto l'amiculum di lana bianca un calasiris di lana azzurra, e alla cintola un sacchetto pieno di scapole di cinocefalo e di agnello coperte d'iscrizioni. Secondo le intenzioni del poeta, Sofesamin rappresenta la saggezza, l'esperienza della vita. Ma Belkiss ha ragione di non dar retta ai suoi consigli, perchè l'unica esperienza di cui si può, qualche volta, trar profitto è soltanto la propria.
Contro ogni intenzione del poeta, Sofesamin il savio, il quale ha in fondo agli occhi una luce che deve servire per allontanare gli altri dai pericoli in cui stanno per cascare, e che gli fa vedere chiare quelle cose che dovrebbero essere sempre scure, (luce che non dee far piacere a lui stesso, se quando ne ragiona gli sfugge la esclamazione; Oh! la povera anima mia!); contro ogni intenzione del poeta, questa severa figura diventa ridicola. Quando la regina è ospite di Salomone (gli ammonimenti di Sofesamin non han potuto impedire che la capricciosa e isterica Belkiss mettesse in atto il viaggio a Gerusalemme) egli vorrebbe impedire che Salomone penetri nelle camere di Belkiss; e fa la guardia davanti l'uscio della regina, ma non così oculatamente che ella non n'esca scalza, coi capelli sciolti, tutta vestita di bianco e che non vada dal re, seguendo la traccia dei gigli sparsi sul pavimento, come il re le aveva indicato. Così mentre il Savio sta dietro l'uscio delle vaste camere di Belkiss a filosofare:—Poveri ciechi! Poveri sordi! Andate verso la felicità come una brigata di bambini che corrono incontro a un cane arrabbiato…!—Donde vengono lo nostre sofferenze? Dalla sazietà dei desiderii realizzati e dall'impossibilità di realizzare altri desiderii… Strangoliamo dunque i desiderii e vivremo quieti;—Belkiss assapora i tanto desiati baci di Salomone; e il savio si accorge, quando non ci è più rimedio, che la sua vigilanza, se non il suo presagio, è fallita. Infatti ecco Belkiss che esce dalle stanze di Salomone, guardando a terra con occhi smarriti e mormorando:
—Oh! Oh! i gigli sono pieni di sangue!
Troppo rapida questa delusione, o poeta! Sarà così, forse, nel regno dei simboli, ma nella vita no davvero!
Il poeta,—dice il Pica—nelle grandiose scene del suo lavoro si è compiaciuto ad evocare, con squisita sapienza artistica tutte le pompe magnifiche delle feste popolari e delle cerimonie ieratiche, tutte le regali raffinatezze voluttuarie dell'antico Oriente e dell'antica Africa; ma il mio caro amico non chiami, per carità, straziante dramma psicologico, la infantile esteriorità a cui esse servono di contorno.