—Eccede!—lo ammonì miss Elsa.
Paolo Jenco scosse la testa, negando.—Riconoscere i propri difetti è già un bel passo—ella riprese.—Ma non basta. Lei che è giovane può far molto. Dia l'esempio di una vita nuova.
—Io? Ma io non posso niente. Mio padre non mi permette nessun'iniziativa. Ho ventitrè anni e mi stima ancora un bambino. Quando ne avrò quaranta, sarà lo stesso. La patria potestà è terribile tra noi, come presso gli antichi romani. Ribellarsi ad essa è atto pazzo quasi quanto sbattere la testa contro una parete di bronzo.
—È vero! È vero!—confermò il notaio.
—Educati a questo modo—riprese Paolo Jenco—noi perdiamo ogni energia. E quando, troppo tardi, siamo liberi di fare a modo nostro, continuiamo la tradizione. Ripetiamo, precisamente, quel che è stato fatto con noi. Ci vorranno secoli per mutarci.
—I secoli passano presto—disse miss Elsa, sorridendo.
Un ragazzino, coperto malamente da quattro stracci, si era avvicinato e stava ad ascoltare con le mani dietro alla schiena, gli occhi neri spalancati, intenti alla bella signorina, che l'osservava di sfuggita—se n'era accorto—e che parlava una lingua di cui egli capiva soltanto poche frasi.
—Vuoi venire, laggiù, da me? Ti farò il ritratto—gli disse miss Elsa.—Bel tipo arabo!—soggiunse rivolta a Paolo, senza attendere la risposta del ragazzino—Vuoi venire?
—Quando?—egli domandò.
—Domattina.