—Capisco ora—rispose miss Elsa—la Chiesa a cui appartengo. Ma…

—Ma…—ripetè Paolo ansiosamente.

—Su questo punto, noi inglesi—continuò miss Elsa.—non abbiamo pregiudizi; ogni individuo si aggrega alla comunità religiosa che più lo persuade e lo attira. Mia madre è metodista; mia zia, evangelica episcopale; mio padre, presbiterano; io sono puseysta, cioè quasi vicina al cattolicismo. Dovrei fare un piccolo passo per entrare nella vostra chiesa; neppur l'amore puro potrebbe indurmi a farlo, se ripugnasse alla mia coscienza. Ma… ecco la spiegazione di questo ma… Da un anno a questa parte, la mia coscienza è scossa. Io sento forse l'influsso dell'ambiente. Mi sembra che il contadino siciliano, rozzo e superstizioso, sia più vicino alla verità che non noi con la nostra credenza riflessiva. La magnificenza delle vostre feste, quasi teatrale, non mi ispira la repulsione d'una volta; mi commuove, mi pare che operi più intensamente dentro di me… La Verità ha tanti diversi aspetti! Noi possiamo osservarla da un solo lato, comprenderla mai… Almeno io credo così…

—Oh, Elsa mia!

—Eppure, vedi, io ho un ritegno, un misero ritegno umano; quello di poter essere creduta una calcolatrice… Forse lo penseresti anche tu, forse arriveresti a rimproverarmelo un giorno! E allora sarebbe finita; non potrei più amarti perchè non potrei stimarti, perchè non potrei più illudermi di essere stimata da te.

—È impossibile, Elsa!

E vedendo entrare il signor Kyllea che tornava da un convegno col Sindaco, per accomodare la faccenda dell'acqua, Paolo si alzò in piedi, gli andò incontro, e gli disse:

—Debbo essere sincero con lei. Mi parrebbe di commettere la peggiore delle azioni, se le nascondessi quel che dicevo a sua figlia in questo momento. Sia franco e sincero altrettanto; già è suo costume…

Il signor Kyllea gli stese una mano, guardandolo in viso con l'aria di chi incoraggia a parlare:

—Domandavo a miss Elsa, se vuole essere mia moglie.