E dopo ch'egli, illuso dalla tenerezza che gli era parso di scorgere in quell'accento, avea ripreso a raccontare, ella sembrava assente col pensiero, lontana quasi rincorresse qualch'altro suo sogno. Per ciò egli le stringeva le mani così forte da doverle far male, ma senza ch'ella mostrasse di accorgersene. Solamente, a intervalli, pareva riprendere coscienza, per esclamare:
—La realtà è più bella!… Oh, più bella! Quale? Evidentemente ricordava un'altra realtà, faceva villani confronti!
Il maligno sospetto, tosto che gli spuntò nel cervello, parve illuminargli di sinistra luce l'intelletto. E rapidamente, spietatamente egli giudicò che colei, stimata pura e non mai sospettata, doveva essere pura in apparenza soltanto, e che soltanto la sua suprema ipocrisia avea dovuto impedire che neppure un sospetto avesse osato di toglierle la brutta maschera dal viso.
—Ah, le oneste! Sono peggio delle peggiori!—egli pensava.
Si sentiva avvilito da quel che giudicava disprezzo di donna estremamente corrotta! Non sapeva chi lo trattenesse dal mostrarle con parole e con atti, in che conto ormai la teneva.
Le lasciò andare le mani, e si mise a passeggiare su e giù per la camera, ruminando i vituperi di cui la stimava meritevole.
Si era levata in piedi anche lei, e davanti allo specchio si aggiustava i capelli un po' disordinati, stirava le pieghe della veste. Poi, andatagli incontro lentamente, aprendo e socchiudendo le palpebre e posategli carezzevolmente le mani su le spalle, mormorava:
—Amore mio bello!
—Abbiamo fatto tardi!—egli borbottò, scansando la carezza per guardare l'orologio cavato di tasca.
—Ah!… Tu ti sei accorto delle ore trascorse; io, no.—