Le accarezzava il viso bagnato di lacrime la baciava delicatamente su gli occhi; e intanto un fremito di sdegno o di ribellione gli infiammava il sangue contro la vigliacca crudeltà del Destino che si accaniva su quel povero corpo, su quella povera anima, su tanta fresca giovinezza, su tanto amore!
— Bisogna attendere: bisogna aver fede nella virtù medicatrice della Natura che ne sa più di noi — aveva detto il valente oculista consultato più volte.
A Pietro Borgagli sembrava che con l'oscurarsi delle pupille di Diana qualcosa si fosse oscurato anche dentro di lui. La voleva ogni giorno nel suo studio, seduta su la solita poltrona, come un misterioso genio tutelare, che taceva, e che però pareva tendesse l'orecchio per afferrar qualcosa di impercettibile per gli altri. Silenzio e atteggiamento che paralizzavano ogni sforzo di riprendere il romanzo interrotto o di scrivere qualcuna delle sue brevi novelle richieste con insistenza dai giornali e dalle rassegne per impegni trascurati da un pezzo.
Non sentendo il lieve stridere della penna su la carta, Diana domandava ansiosamente:
— Non lavori?... Non puoi lavorare?
— Sì, sì, lavoro. Stento un po', dopo tanto intervallo.
— Povero amor mio!... Io sono la tua cattiva influenza.
— Non dovresti dirlo neppure per ischerzo!
— Oh! lo dico sul serio. Chi sa che qualche volta anche tu non lo pensi?
— Diana! Diana!