Un giorno si era divertito a dir questo a un giovane ma importuno giornalista che lo aveva riconosciuto e additato ai bagnanti di Viareggio, costringendolo così a scappare di colà. Tutti i giornali avevano riportato la notizia, rallegrandosi del suo ritorno all'Arte e augurandogli nuovi gloriosi successi.

Gliene scrisse, lietissimo, il suo più caro amico, Leoni. Quella lettera, che arrivava da Londra, e dove ogni parola, ogni periodo parevano agitati da affettuosissima gioia li aveva raggiunti a Venezia, quando già si preparavano a tornare a casa del troppo prolungato pellegrinaggio, e produsse su tutte e due penosissima impressione. Non osarono comunicarsi, lusingandosi l'una e l'altro di essersi ingannati.

Diana aveva cominciato a notare che quella riposante tranquillità venuta dietro alle esaltazioni, alle concitazioni, ai tormenti, alla paura di risvegli del passato nel cuore del marito, alle momentanee sodisfazioni di scoprirsi illusa, al riprendere e rinnovarsi delle stesse esaltazioni, degli stessi tormenti, delle stesse paure, insieme con l'angoscia della sopravvenuta cecità, e col cupo orrore della tenebra dov'era sparito ogni sorriso di giovinezza; sì, aveva cominciato a notare che in quella riposante tranquillità c'era qualcosa di torpido, di insignificante, e che lei intanto vi si adagiava con vigliacca rassegnazione, quasi non avesse più altro da desiderare, da sperimentare, all'infuori delle giornaliere occupazioni casalinghe che in certe circostanze la prendevano forte, come non avrebbe mai creduto che potesse accaderle.

Da principio le era parso che ciò significasse stanchezza della vita di alberghi, di riunioni, di teatri, di concerti; vivo bisogno di riposo, di tregua almeno. Presto si accorse che era già, invece, un senso di esaurimento, un disinteressarsi di ogni idealità, un abbandonarsi alle minute cure esteriori della comoda vita che l'agiatezza le consentiva.

In quanto a suo marito, ormai, ella era assolutamente sicura di non aver niente da temere dal passato, niente dal presente e molto meno dall'avvenire.

Anche lui si sentiva evidentemente stanco, vinto da un torpore, che egli non avrebbe saputo dire se fisico o intellettuale. Per poco, in certi momenti, non credeva spenta o vicina a spegnersi ogni sua facoltà artistica; e non ne provava nessun rimpianto, come se questo fosse un fatto ordinario, nella natura delle cose. Gli pareva di averlo osservato precedentemente in altri, che intanto o non se n'erano accorti, o avevano voluto continuare per forza a produrre, dando misero spettacolo di decadenza.

Non aveva lavorato a bastanza? Ora poteva coscenziosamente riposarsi; ora poteva svagarsi leggendo i lavori degli altri, osservando la tempesta dalla spiaggia: la tempesta della critica, la tempesta del mutevole gusto del pubblico che si lasciava abbagliare dalle lustre dei ciarlatani dell'arte, e aveva quel che si meritava.

Leoni, tornato da Londra, era rimasto profondamente afflitto di ritrovarlo in questo stato d'animo. Non osava di credere ai suoi orecchi, sentendolo parlare, non con profonda ironia, non con desolante scetticismo, dell'Arte che ne aveva cinto di gloria il nome; e sarebbe stato indizio di un'evoluzione che poteva riuscire feconda, perchè l'ironia, lo scetticismo sono attività dello spirito capaci di rivelarsi in splendide creazioni.

C'era però nelle parole di Pietro Borgagli un'incredibile supina indifferenza.

— Ma è possibile? Tu mi fai strabiliare!