E appuntò una terribile interrogazione sul viso della Trosse che si disegnava nel vano dell'uscio tenendo tra le dita un biglietto di visita.

— Ah, l'amico Goulard! — esclamò il signor Van-Spengel. — Stavo per piantarlo. Diavolo! Le dieci e tre quarti? Leggerò il resto più tardi. Mamma Trosse — poi soggiunse con un comico atteggiamento, mettendo in tasca il manoscritto — siamo sul punto di diventar scrittori, romanzieri, come il vostro Ponson du Terrail. Che ne dite?

— Tanto meglio! — rispose la Trosse, senza capire.

— E i nostri romanzi li scriveremo senza fatica, a occhi chiusi, dormendo!

— Tanto meglio!

Il signor Van-Spengel si lasciò spazzolare da capo a piedi, aggiustò tranquillamente gli occhiali che gli si erano abbassati fino alla punta del naso, mise in testa la tuba, prese in mano la mazza e disse alla serva che andava a far colazione dal suo amico Goulard. Il Goulard intanto aspettò fino al tocco, ma invano. Il signor Van-Spengel non si fece vivo in tutta la giornata.

Giudichi il lettore se sarebbe stato possibile indovinare, anche dalla lontana, quel che gli era accaduto.

II.

Il signor Van-Spengel senza nemmeno entrare nelle stanze dell'Ufficio, scese in fretta le scale e attraversato il vicolo dei Roulets, era riuscito a metà della via Grisolles.

Il conte de Remcy, maggiore dei granatieri, che lo incontrò poco più in là del Cafè de Paris e lo fermò alcuni minuti, ribadisce anche lui il racconto della serva intorno alla perfetta tranquillità d'animo del suo amico.