E partì di nuovo per arruolarsi con Garibaldi, e di nuovo disse alla moglie:
— Ti raccomando il pecoro!
Questa volta sua moglie non strillò, lo lasciò andare, rimpiangendo il bel fazzoletto di seta rosso che zi' Croce si era annodato al collo, col pizzo dietro, da vero garibaldino. Brontolò soltanto:
— Ora siete quasi vecchio; che andate a fare?
Infatti, dagli stenti e dal lavoro, egli pareva più vecchio che non fosse, bruciato dal sole, tutte rughe e coi capelli brizzolati.
Era capitato a Messina il giorno dell'entrata di Garibaldi, dopo la battaglia di Milazzo; e si era inginocchiato, a capo scoperto, come davanti al santissimo Sacramento, mentre il generale passava a cavallo col gran mantello bianco su la camicia rossa, bello e biondo, tutto Gesù Cristo. E non aveva potuto frenare le lagrime di commozione che gli velavano gli occhi.
Ma anche lì, in caserma, c'era con lui quel maledetto leprino dell'Ingo che non lo lasciava tranquillo:
— Prestatemi due palanche, zi' Pecoro!
Tornava a chiamarlo così, insistente, importuno, insaziabile; oggi due, domani quattro palanche, quasi egli fosse stato il cassiere di lui, che poi andava a ubbriacarsi per le taverne dei vicoli e avrebbe voluto trascinarlo con sè.
E diè oggi due, domani quattro palanche, finchè un giorno non gli vide commettere un sacrilegio che lo fece inorridire.