Non chiese spiegazioni; andò, portò la risposta: ripartì, ritornò. E una sera finalmente, don Pietro gli confidò:

— Quelli del Comitato Segreto sono di là.

Lo zi' Croce si prese tra il police e l'indice le labbra e le tenne strette un momento; voleva dire: Silenzio di tomba!

E riprese a cantare le sue strambe canzoni.

— Zi' Croce, che cantate?

— Canzoni di amore!

E bisognava vederlo la mattina che il Comitato affissò il gran proclama della rivoluzione accanto al quale lo zi' Croce si appostò col fucile in ispalla, come quando aveva fatto da sentinella davanti la caserma del battaglione dei Corsi, nel quarantotto, a Catania.

— Chi ruba, fucilato! — egli ripeteva ai contadini che stavano a guardare diffidenti e balordi. — È scritto qui, se non sapete leggere.

E stiè in sentinella fino a tardi, serio serio, impettito, quasi la rivoluzione l'avesse fatta lui. E non pensava più ai birri che gli avevano buttato la polverina bianca bianca davanti a la porta di casa; anzi, la mattina che don Pietro e gli altri del Comitato condussero in piazza quei poveri birri, smorti e tremanti, per dire al popolo: — Chi gli torce un capello, va fucilato; — lo zi' Croce si sentì intenerire, ed esclamò:

— Poveretti! Erano comandati. Che potevano fare?