Nuovo re, nuova legge. Questa volta lo zi' Croce era tornato a casa senza aver veduto neppure da lontano il fumo delle fucilate. Aveva preso le febbri tra i pantani del Faro, e Garibaldi era partito lasciandolo all'ospedale, quasi moribondo.

Nuovo re, nuova legge. Per lui però il vero re non era Vittorio Emanuele, ma Garibaldi, anzi San Garibaldi come egli lo chiamava, scoprendosi il capo quando gli capitava di nominarlo. E andava a lavorare in camicia rossa, con la gamella a tracolla per la minestra di fave di cicoria: e per ciò gli altri contadini lo chiamavano Zi' Gamella.

Egli ci teneva a questo nomignolo. Loro erano rimasti a casa, quando egli, vecchio e acciaccato, era accorso al richiamo di San Garibaldi. E n'era stato compensato: aveva visto con quei suoi occhi, da vicino, il generale col gran mantello bianco su la camicia rossa; poteva morire contento.

Voleva pure un po' di bene a Vittorio Emanuele; tanto, che invece della barba intera, ora portava baffi e pizzo come lui, solo fra i contadini tutti sbarbati. Ma tra Vittorio — egli lo chiamava famigliarmente così — tra Vittorio e Garibaldi, oh, ci correva! E il giorno di San Giuseppe, lo zi' Gamella — se lo diceva da sè con un senso di orgoglio — non voleva mancare a far da sentinella al ritratto del generale, appeso sotto al baldacchino e con le torce accese torno torno, mentre la banda musicale suonava l'inno.

— Viva San Garibaldi!

E qualcuno, irridendolo, gli rispondeva:

— Viva lo zi' Gamella!

Anche sua moglie gli diceva:

— Non dite così; è peccato! Andate a confessarvi piuttosto, ora che s'avvicina la Santa Pasqua.

Andò a confessarsi parecchi anni dopo, già malandato, curvo, coi reumi alle gambe, che gli rodevano le osse.