Usciti fuori Porta Vecchia, infilavano il gran viale alberato a passi gravi e lenti, come si addiceva a persone serie e che non avevano fretta, il notaio non smettendo un istante il suo monotono zufolìo, il dottore svagandosi a buttar di lato, con la punta della sua canna d'India, i sassolini e gli sterpi che gli capitavano tra i piedi; e così percorrevano tutto lo stradone, girando torno torno il paese, fino ai forni di mattoni fumiganti laggiù, sotto la spianata, che pareva una terrazza fatta a posta per godervi comodamente la vista dell'immenso e incantevole paesaggio.

Ma nè il notaio nè il dottore si curavano mai di dargli un'occhiata; anzi gli voltavano le spalle, sedendosi sul muricciolo, l'uno continuando il sommesso monotono zufolìo — fìchiti-fon! fìchiti-fon! — l'altro armeggiando coi sassolini e gli sterpi o tracciando linee e ghirigori sul suolo polveroso, fino al momento che scattavano, tutti e due, quasi spinti da una molla. E tornavano addietro, a passi gravi e lenti, rifacendo la strada allo stesso modo, ripassando sotto gli alberi del gran viale, rientrando per la Porta Vecchia; e, arrivati al posto dove si erano incontrati un'ora avanti, si staccavano l'uno dall'altro, senza scambiarsi una parola, senza farsi un cenno di saluto; il notaio, per andar a chiudere le finestre e la porta del suo studio e licenziare lo scrivano che l'attendeva; il dottore, per risalire la via della Spera e mettersi a sedere nella farmacia dello Storto, come chiamavano il farmacista, perchè aveva una gamba un po' storta e zoppicava.

Nei giorni di pioggia, assai rari, il notaio ed il dottor Ballocco sembravano due anime in pena, coi nasi all'aria sotto gli ombrelli, davanti a la porta dello studio notarile. Il notaio scendeva giù, quasi non si fosse accorto che pioveva, e stava ad aspettare il dottor Ballocco, che non tardava a spuntare dalla cantonata, con l'ombrello aperto, col solito passo, quasi non si fosse accorto della pioggia nemmeno lui. E tutti e due si fermavano accosto al muro, spiando il cielo, lanciando occhiatacce alle nuvole, scotendo la testa contro il cattivo tempo, che avrebbe potuto attendere almeno un'altra ora prima di rovesciarsi giù e guastargli la passeggiata!

Non dicevano una parola; s'intendevano con gli sguardi, con cenni del capo: — Spiove! — Non spiove! — Spiove! — E occhiatacce al cielo, e spallucciate d'indignazione contro la pioggia che non smetteva e minacciava di inzupparli. — Spiove! — Non spiove! — Spiove! — Poi, tutt'ad un tratto, il notaio chiudeva l'ombrello e si ficcava dentro la porta dello studio notarile; e il dottor Ballocco si spiccava dal muro e andava via, balenando, quasi la pioggia gli avesse rammollite le gambe. Nè una parola, nè un saluto, come nelle passeggiate.

Da qualche tempo in qua però le loro passeggiate non erano più assolutamente silenziose. Arrivato a un punto dello stradone, una sera, il notaio si era fermato per guardare in alto verso il ciglione a destra; e, dopo una muta contemplazione di qualche minuto (il dottore si era fermato pure lui, messo in curiosità dall'insolito caso) aveva esclamato con un sospiro:

— Ecco quel che mi ci vorrebbe!

— Che cosa? — avea domandato il dottore.

— Quella rovina lì, quelle quattro mura crollanti, quello spazio!

— Per che fare?

— Per fabbricarmi una casa. Nella mia già stiamo come tante sardelle nel barile!