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Da due anni e mezzo egli viveva nel bugigattolo buio che dava su la scala dell'albergo Sant'Anna in Catania, specie di canile che neppur Tina, la serva sporca e sboccata, voleva ravviare e ripulire per via del tanfo di rinchiuso che toglieva il respiro.
Egli non sentiva più quel tanfo; vi si era abituato, lo portava attorno immedesimato con la dubbia biancheria, con l'unico abito nero che indossava tutto l'anno. Di quel tanfo si impregnava fin quel po' di pane che serviva a sostentarlo — assieme con qualche frutto, l'estate, e con un po' di formaggio, l'inverno — e ch'egli mangiava a mezzogiorno e la sera, prima di mettersi a letto, stanco del vagabondaggio della giornata.
La mattina, all'alba, andava dal procuratore Cerrotta, a portargli riflessioni e appunti, scritti nella nottata al lume di una candela di sego, riguardanti la lite per Cento-Salme. Di sè, della miseria a cui si era volontariamente condannato, delle umiliazioni che soffriva vedendosi guardato come una bestia strana e quasi evitato nelle sale di udienza del Tribunale o della Gran Corte, dove passava parecchie ore della giornata seguendo le discussioni per trarne profitto, ormai egli non si curava più. Nessun sacrifizio, nessuna sofferenza gli sembrava tale da non doverla affrontare, da non doverla sopportare in vista della vittoria della lite, che di giorno in giorno gli appariva sempre più certa e sicura. E quando don Emanuele Cerrotta, pur ammirandolo per la tenacità, gli rispondeva bruscamente, seccato di quegli appunti, di quelle riflessioni o note che il barone andava a presentargli ogni mattina e che avrebbe voluti esaminati e discussi assieme, egli non si sentiva offeso; sorrideva umilmente, chiedeva scusa, e il giorno dopo tornava ad insistere... e la vinceva. Don Emanuele tirava su una gran presa di rapè, dava due stizzosi colpi di ripulita al naso col fazzoletto di cotone azzurro, socchiudeva gli occhi e stava ad ascoltare, interrompendolo di tanto in tanto:
— Ma di questo abbiamo già ragionato avant'ieri!
— Sì, sì, dal punto di vista...
E spiegava da qual punto di vista; ora però egli guardava la questione dal lato opposto.
— Capisco; andiamo avanti!
Una lesta presa di rapè, una nuova stizzosa ripulita al naso col gran fazzoletto di cotone azzurro tenuto a portata di mano sur una coscia, indicava la crescente impazienza di don Emanuele. Ma il barone non si scoraggiava. Tutta la sua persona pareva curvarsi, ridursi piccina; le braccia accostavano i gomiti ai fianchi per attenuare i gesti, le spalle si stringevano, la voce si affievoliva in un mormorìo, perchè il suono delle parole penetrasse negli orecchi senza recar disturbo. Egli sapeva di non essere più uno di quei clienti che possono imporsi ai loro avvocati, ai loro procuratori legali in virtù dei ben pagati onorari e dei futuri vistosi palmari dopo vinta una lite; era invece un cliente che doveva farsi ascoltare quasi per carità, per tolleranza, facendosi far credito su l'avvenire, giacchè la signora baronessa e i suoi figli avevano voluto così!