— Barone!... per carità!... — supplicava la baronessa.

— Voi, signora, avete ragione... per la vostra dote. Ma ho già dato ipoteche, ho vincolate rendite... non l'ho sciupata, no, la vostra dote. Darò sùbito altre guarentigie, se occorrono... Ho abusato della vostra bontà, è vero; ho sperperato il fruttato dotale... per la lite; e voi, signora baronessa, da eccellente madre di famiglia, non volete che quel fruttato serva ancora alla rovina delle vostre buone figliuole... Vipere!... dei vostri bravi figliuoli... Ingrati!... Questa, questa è dunque la ricompensa? Nessuno ha il coraggio di guardarmi in viso!... Nessuno osa di rispondermi una parola!

Infatti, tutti stavano là, zitti, a capo chino, come tanti rei davanti al lor giudice. Soltanto la baronessa, a mani giunte, con gli occhi rivolti al cielo, pareva implorasse aiuto da lassù. Il barone rizzò minacciosamente la persona:

— Potrei prendervi a uno a uno per le spalle... e farvi ruzzolare le scale fin da questo momento. Il palazzo è mio; ed io, almeno per ora, sono qui padrone assoluto... Ma vi gastigherò diversamente; voglio risparmiarvi l'empio tentativo di farmi interdire... Esco io dal mio palazzo!... Fuggo via io da questo covo di vipere e di ingrati! Lotterò... povero, solo; morrò di crepacuore e di fame forse; non importa!... Intanto vi abbandono tutti alla maledizione di Dio!... Giacchè io credo in Dio più di voi, signora baronessa che vi confessate due volte al mese e date questo bell'esempio ai figli vostri! Figli?... Figlie?... Io non ho più nessuno!... Nè moglie!... Nessuno!... Esco di qui coi soli vestiti che ho indosso... Non voglio altro!... E il giorno che mi porteranno la notizia: — Il vostro palazzo è crollato; Dio lo ha scosso dalle fondamenta e vi ha seppellito tutti — quel giorno farò cantare un Te Deum!... Non metterò il lutto!...

— Barone, per carità! — tornò a supplicare la baronessa.

Voscenza scusi; non si ragiona in tal modo!...

Feliciano aveva pronunciato queste parole con tono dimesso ma così ironico, che il barone fece atto di slanciarglisi contro per schiaffeggiarlo come un ragazzo. Mariangela dètte uno strillo, la baronessa si mise a gridare, quasi la minacciata fosse lei; Rosaria si piantò davanti al fratello per fargli scudo col corpo, alzando la bruna testa dai lineamenti duri, aggrottando le sopracciglia, stringendo le labbra carnose. E fu il segnale della gran rivolta! Parlavano, strillavano, urlavano assieme, aggirandosi per la stanza, senza sapere quel che volessero, nè quel che facessero, mentre il barone in mezzo a loro continuava a ripetere frasi scomposte, con le braccia in alto, sventolando il foglio della citazione come segnale di minaccia e di gastigo; e la baronessa in piedi su la predella del seggiolone di noce, piangente, sperduta, urlava:

— Barone! Figli miei!... Figli miei!

Tutta la pazzia dei Zingàli parve si fosse scatenata improvvisamente, rompendo la lunga compressione, sconvolgendo quei cervelli, squarciando quelle gole con orride grida, agitando quei corpi in una terribile convulsione di atteggiamenti, di mosse, di gesti furibondi, che avrebbero fatto scappare le persone fermatesi nella via ad ascoltare meravigliate, se fossero salite su, spinte dalla curiosità o dal desiderio di dar soccorso, giacchè si capiva che lassù accadeva qualcosa d'insolito e di triste.

Poco dopo, le grida cessarono, la gente si disperse; e gli scarsi rimasti videro uscire il barone don Pietro-Paolo, vestito di nero, con l'abito abbottonato e un gran mazzo di carte sotto braccio. Nessuno osò domandargli che cosa era stato. Si scoprirono rispettosamente, e il barone rispose al saluto con la consueta sua affabilità.