Il procuratore legale don Emanuele Cerrotta apriva il suo studio assai prima dell'alba pei clienti provinciali, mattinieri e solleciti, che avevano pure altre faccende da sbrigare durante la giornata in Catania. Don Calogero, lo scrivano, veniva a svegliare il portinaio, accendeva, salendo, il lume a petrolio per le scale ed entrava nello studio dove il suo principale già lavorava da qualche ora.
Nell'anticamera, mezza dozzina di seggiole e un lumino, con tubo affumicato e riflessore di latta, alla parete. Nello studio, due scaffali zeppi di scritture e di memorie legali, tre seggiole compagne a quelle dell'anticamera e una a bracciuoli; un tavolino di abete, tinto a uso mogano, ingombro di carte, con accanto al calamaio un fazzoletto di cotone azzurro e la tabacchiera di cartone verniciato, mezza aperta per poter prendere più facilmente il rapè di cui don Emanuele si riempiva di tratto in tratto il naso, spargendo metà d'ogni presa su lo sparato della camicia da notte e su le carte che aveva davanti.
Il lume a olio, a tre becchi, illuminava appena il tavolino e le due persone che vi erano sedute attorno, cioè: don Emanuele col berretto di astrakan calcato fin su gli occhi, il fazzoletto di seta nera attorcigliato al collo a guisa di cravatta (le punte del colletto della camicia si affacciavano una dalla parte di sopra, l'altra dalla parte di sotto) e un vecchio scialletto di lana buttato su le spalle; a destra, don Calogero che copiava o scriveva sotto dettatura, senza mai alzare gli occhi e mostrare di accorgersi delle persone che dall'alba alle nove entravano nello studio, ragionavano, discutevano, urlavano, secondo il carattere di ognuna fino a che il principale non tagliava corto le parole in bocca ai clienti noiosi, dicendo bruscamente:
— Va bene; ne riparleremo un'altra volta; oggi ho da fare. Buon giorno!...
E riprendeva a dettare allo scrivano:
«Dunque... In fatto e in diritto...»
Quella mattina, vedendo entrare in punta di piedi don Pietro-Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa (da un anno e mezzo, tutte le mattine egli era il primo cliente che si presentava nello studio) don Emanuele non si era dato, al solito, neppur la pena d'interrompere un momento la lettura della memoria legale che egli andava annotando; e continuò un buon pezzo, quasi su la seggiola di rimpetto a lui non si fosse seduto nessuno. All'ultimo, dopo aver affondato l'indice e il pollice della mano destra nella tabacchiera e aver tirato su un'enorme presa di rapè, dopo di aver dato col fazzoletto due colpetti di ripulitura al naso, uno da dritta e l'altro da sinistra, don Emanuele alzò su la fronte gli occhiali a capestro e brontolò:
— Buon giorno, barone!... Novità?
Il barone, accostata premurosamente la seggiola al tavolino, posate le braccia su le scritture e riunite le mani quasi in atto di preghiera, con sorriso umile, insinuante, e con tono di voce più insinuante e più umile ancora, balbettò:
— Ecco: ho pensato...