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E da lì a due giorni le trombe del Fascio, tutte e otto, suonavano sinistramente mentre la folla tumultuava nella Piazza Grande, e il Bracco sbraitava:

— Ai casotti! Ai casotti!

E quando i casotti del dazio furono atterrati e arsi:

— Al municipio! Al municipio!

Una fiumana di gente, uomini, donne, ragazzi! E dalle finestre del municipio volavano giù nella strada seggiole, tavolini, divani, scrivanie per fare il falò; e volavano registri e carte, che si spandevano per l'aria come tanti uccelli di malaugurio, fra grida, schiamazzi e urli feroci! La folla, ubbriacata da quel puzzo di arso, ballava attorno al falò che mandava alte fiamme e grosse nuvole di fumo. — Abbasso i dazii! Le terre! Le terre! Vogliamo le terre!

Chi aveva gridato: Dal sindaco?

Chi aveva gridato: Dal cavaliere?

Non se ne seppe mai nulla. La folla irruppe per diverse vie, gli uomini con le accette, le donne coi tizzi accesi!... Il sindaco non li aveva aizzati contro il cavaliere? Il cavaliere contro il sindaco? Il cavaliere non aveva predicato ai reduci: Voi soli siete buoni, voi soli siete degni di rispetto, voi sfruttati e malmenati?

E la folla ora rispondeva: — Lasciatemi fare! Farò giustizia di tutti! — E le case fumavano! e il sangue correva! Voleva i loro palazzi, i loro beni, le loro donne, si, sì, anche queste! E le trombe del Fascio non cessavano gli squilli sinistri; e dal nascondiglio dove si era rifugiato per scampare la vita, con la moglie e la figliuola scappate di casa come si trovavano, il cavaliere, pallido, tremante, incapace di dire una parola, si turava invano gli orecchi per non sentire gli squilli!