Dapprima lo avevano ascoltato con diffidenza, quasi con terrore; ma ora aveva fatto scuola, e Cipolla si era legato con lui, e soffiava, sottomano, anche lui nel fuoco del malumore che covava covava e già mandava fuori un po' di fumo.

Il cavaliere se n'accorse la sera che, dopo tanto tempo, volle fare una delle sue solite conferenze nel locale del Fascio. Correvano attorno voci paurose, minacciose. I contadini facevano capannelli nella Piazza Grande, e quando il sindaco passava tra i crocchi, non si cavavano più il berretto per salutarlo, non si voltavano nemmeno; e le trombe non erano più là pronte agli ordini del Cipolla per fare il saluto reale al cavaliere, che passava davanti al Fascio, senza fermarsi, andando al municipio anche lui. Cipolla soltanto gli faceva il saluto militare, per abitudine; Cipolla che pensava notte e giorno a qual pezzo di terreno gli sarebbe toccato in sorte, quando avrebbero fatto il comunismo o la repubblica, che per lui volevano dire la stessa cosa.

Il cavaliere dunque quella sera si trovò davanti a una trentina di persone, scarso uditorio, e non tutte del Fascio, ma del Circolo degli Agricoltori e del Circolo degli Operai, venuti colà più per curiosità che per altro. Voleva appunto parlare di quelle voci paurose e minacciose, ma ebbe la sorpresa di sentirsi interrompere dal Bracco:

— Non vogliamo più dazii!

E tutti e trenta gli uditori erano scoppiati a parlare assieme, facendo una gran confusione, senza nessun rispetto dell'oratore che avea dovuto abbassarsi a discutere con loro.

— Non più dazii? È presto detto! Ma...

— Non vogliamo più dazii!

Il cavaliere, indignato, avea risposto:

— Il municipio saprà fare il suo dovere!

Ed era andato via. Neppur Cipolla lo aveva accompagnato fino a casa.