— Lei capisce! Lei sa! Lei deve figurarsi! Ma io non capisco, non so, non voglio figurarmi niente; chiedo una deposizione, fatti, schiarimenti. È assessore, è presidente del Fascio dei Reduci... e non gli si cava nulla di bocca. Ha paura? Prima fanno il male; per le loro gare, per le loro ambizioni, soffiano nel fuoco... e quando il fuoco è divampato e l'autorità accorre e vuole indagare, e vuol scoprire i rei, lor signori stanno zitti, non illuminano la giustizia, e poi se la prendono con le autorità, col governo!
— Mi hanno bruciato la casa, mi hanno rovinato!... Sono vivo per miracolo! — balbettò il cavaliere.
— Parli dunque, nomini qualcuno! Ha paura?
Sicuro, aveva paura, come tutti gli altri signori!
Donna Beatrice gli aveva raccomandato:
— Non vi compromettete! I soldati all'ultimo se ne vanno, e noi restiamo nelle peste!
E davanti al giudice istruttore egli si ripeteva mentalmente il consiglio di sua moglie: Non vi compromettete!
Pensava anche alla figliuola. La paura avea riuniti tutti i cavalieri in un vero fascio, e il padre di Vincenzino non si curava più dell'opposizione, del Municipio, nè delle trombe che già erano state sequestrate; il matrimonio, da lui osteggiato fin a poche settimane fa, ora egli voleva affrettarlo, e il cavaliere e donna Beatrice n'erano contenti. Appena restaurata la casa, appena rifatti i mobili, quelle nozze, senza sfoggi e senza inviti, avrebbero messo una pietra sul passato, a patto che il cavaliere non si fosse più mescolato di elezioni, nè di nulla!
— Questi sopraccapi bisogna abbandonarli ai minchioni, o a coloro che vogliono mestare e che — lo vedete? — in qualunque circostanza cascano ritti in piedi. Tanto, è inutile voler raddrizzare le gambe ai cani. Cose del Comune, cose di nessuno!
— Bravo! Siamo di accordo! — rispondeva il cavaliere, quantunque in fondo in fondo non fosse affatto di accordo.