Passata la paura, dopo che le condanne dei tribunali erano fioccate peggio della grandine, colpendo un po' alla cieca, come sempre avviene in simili casi, i furfanti rimettevano fuori le corna, si davano l'aria di sacrificarsi riprendendo in mano le redini del Municipio.

— Volete scommettere che il carrettiere sarà di nuovo sindaco? — diceva con rancore donna Beatrice.

— Per me, possono farlo re, imperatore, papa!

Il cavaliere si segnava, quasi per cacciar via la diabolica tentazione di mescolarsi di affari comunali.

Ma ragionandone col padre di Vincenzino, l'amarezza gli tornava a gola:

— Volete scommettere che colui sarà di nuovo sindaco? — egli ripeteva come sua moglie.

E tutti i bei propositi andarono a gambe per aria, quando quel figlio di carrettiere si rifiutò di andare a sposare in casa la figlia del cavaliere, come si era fatto sempre coi civili fino a pochi mesi addietro.

— Caro cavaliere, la legge è uguale per tutti: il municipio è la gran casa di tutti; non dobbiamo vergognarci di venir qui.

Ah! Ora predicava: La legge è uguale per tutti? Bravo, benissimo!

— Lo vedete? — disse il cavaliere al suocero di sua figlia. — Ci tirano pei capelli a fare quel che non vorremmo!