E il padre di Vincenzino assentì stringendo le labbra, strizzando gli occhi, crollando il capo. E finita la cerimonia nuziale, salutò con gran sussiego il sindaco, ripetendo un: — Grazie! Grazie! — che voleva significare:

— Arrivederci alle prossime elezioni!

E rimpiangeva fin le sonore trombe del Fascio dei Reduci e il loro bel Taratatà che gli aveva fatto prendere tante arrabbiature due anni addietro!

LE VERGINELLE

Da più di un anno c'era l'inferno in casa dell'usciere di pretura Don Franco Lo Carmine, per via della figlia che s'era incapricciata di quel bel mobile di Santi Zitu, guardia municipale, e non voleva intendere ragione.

Don Franco, dalla rabbia, era diventato più magro e più giallo dell'ordinario, e non sapeva discorrere d'altro con le persone a cui portava le citazioni e gli atti uscerili, quasi che tutti dovessero interessarsi di quella sua disgrazia, di quel suo castigo di Dio, com'egli diceva, esaltandosi:

— Vedrete: qualche giorno farò un gran sproposito! Vedrete!

Ma il gran sproposito non lo faceva mai, perchè Zitu portava sempre la daga al fianco, ed era protetto dal Sindaco. Si sfogava però contro la figliuola e anche contro la moglie, che gli pareva tenesse il sacco a quella pazza, a quella sciagurata.

— Che volete che io faccia? — gli rispondeva donna Sara piagnucolando.