La strada era diventata viottolo scosceso; già si vedevano le roccie rossastre e la vallata; il santuario si trovava là in fondo. E come più si avvicinava, Benigna si sentiva piegare le gambe sotto, tremava tutta. No, non avrebbe saputo sfuggire alle compagne e alla sorveglianza della mamma; non sarebbe riuscita a trovare la grotticina indicata quantunque avesse giurato. Oh Dio! Perchè aveva giurato?

***

Il prete era a piè della gradinata scavata nel vivo masso, col sagrestano e l'eremita. La cavalcatura del prete, legata a un albero, mangiava tranquillamente l'erba fresca.

Che pace, che tranquillità nella valle! Le tàccole e i falchetti volavano, gracidavano, squittivano su per la roccia; tra i pioppi che fiancheggiavano il ruscello, un usignolo gorgheggiava. Le grotte echeggiavano sordamente di canti, di risate.

Le verginelle si disposero in fila, intonarono il rosario e cominciarono a salire la scala strettissima, chinandosi per entrare nel santuario da quella porta o piuttosto buca.

Nella seconda grotta, vastissima e nera, le quattro candele accese sull'altare pareva addensassero l'oscurità attorno. Il prete indossava i paramenti sacri aiutato dal sagrestano. L'eremita andava disponendo le verginelle a sei a sei, in tante file davanti l'altare, scartando questa o quella, indicando il posto a donna Sara, prendendo per mano Benigna e collocandola in coda a tutte. Benigna si sentì morire quando l'eremita, sfiorandole il viso con la lunga e ispida barba, le susurrò in orecchio:

— È là; vi darò io il segnale.

E le s'inginocchiò a lato, rispondendo ad alta voce al rosario, intanto che il prete diceva l'introibo.

Poco dopo infatti egli la prese per mano, la sollevò, la spinse indietro. Benigna vide, in fondo in fondo, un po' di luce e un fantasma che le veniva innanzi. Sudava freddo, non respirava; e tra le voci del rosario, udiva soltanto quella dell'eremita che rispondeva più forte di tutte:

— Santa Maria, madre di Dio!