Quell'impressione di abbrividimento mi durava tutta la giornata.

La mamma mi faceva da maestra perchè almeno non dimenticassi il poco che avevo appreso a scuola, e le sue lezioni oltrepassavano di rado il quarto d'ora. Aveva paura di affaticarmi. Scambiava per stanchezza la nessuna curiosità di apprendere che io dimostravo.

Ella, sì, leggeva molto, in camera o nel prato all'ombra di un albero, mentre io giocavo fiaccamente coi bambini del mezzadro, che, vivacissimi, si sentivano impacciati della mia indifferenza. Qualche volta essi si arrestavano per guardarmi bene, stupiti di scorgermi così dissimile da loro, quantunque fanciullo come loro.

Una volta, accorso dalla mamma per domandarle la spiegazione di non so che cosa, la trovai che piangeva, pur continuando a leggere. Mi fermai a pochi passi da lei, non osando di avvicinarmi.

—Che hai? Perchè piangi, mamma?

Dalla sua risposta capii che la faceva piangere quel libro.

—Buttalo via,—le dissi,—è un libro cattivo!

—No, è anzi un bel libro,—rispose.—Un giorno, quando sarai grande, piangerai anche tu talvolta, leggendo. Non si piange di dolore, ma di piacere.

Non compresi; e tornai dai miei compagni, facendo dentro di me proponimento che quando sarei stato grande non avrei letto mai, mai, libri che potessero farmi piangere.

Ora mi sembra strano che io abbia potuto pensare una cosa simile. Ordinariamente, niente mi spingeva a riflettere anche un istante da fanciullo, come soltanto avrei potuto fare con la mia piccola intelligenza. Le sensazioni mi sfioravano appena, si smussavano nel mio contatto. Ero simile a una di quelle larghe foglie di piante acquatiche nuotanti nella vasca davanti a la villa, che non si bagnavano mai, e lasciavano scivolar l'acqua in goccioline iridate, senza neppur ritenerne l'umidore.