Gli affari?
Avevo l'esempio di mio padre. Ne avevano assorbito tutta la forza, tutta l'attività, tutto l'ingegno. Era stato forse un uomo libero lui, attanagliato dalle grosse speculazioni, dai grossi appalti, dai giuochi di borsa, sempre agitato dall'ansia di un tracollo e dalla crescente smania di guadagnare sempre più?
Aveva avuto però un ideale, uno scopo: suo figlio; questo sangue del suo sangue, questa carne della sua carne, questo misero inetto, che la cecità dell'affetto paterno non gli faceva riconoscere tale; questa infelice creatura in cui il dissidio tra il pensiero e l'azione si rivelava così mostruosamente, così irreparabilmente alla luce di quella stessa cultura che avrebbe dovuto dargli vigore!
Col gran numero di volumi di ogni genere divorati in quei quattro anni, tutto lo scibile umano ripensato, analizzato, rifatto dalla positiva scienza moderna, era passato a traverso il mio cervello e vi aveva lasciato un germe di orgoglio. Vivevo soltanto con la testa. Il cuore, la immaginazione mi si erano dunque atrofizzati? Infatti, niente di fresco, di giovanile sentivo in me. Invano avevo vent'anni! L'unico mio svago era stato disegnare; disegnare aridamente; copiando disegni altrui. Quando però mi convinsi che pure in questa meschina operazione la secchezza dell'anima mia traspariva nella rigidità delle linee, nella durezza degli scuri, smisi subito nauseato.
Mi sentivo invadere da profonda pietà di me stesso e insieme da profondo disprezzo. Mi pareva che si adempisse sopra di me una giusta vendetta per tutti quegli agi immeritati che mi rendevano facile la vita e mi toglievano da ogni bassa occupazione manuale.
Chi più infelice di me, che pure stavo comodamente seduto in quel vasto studio invaso dal sole, ornato di belle piante esotiche, cinto torno torno da eleganti scaffali dove si allineavano centinaia e centinaia di volumi pronti a ogni appello, capaci di rivelarmi i più riposti misteri della scienza, le più eccelse bellezze dell'arte, e che quasi non avevano nessun segreto per me?
Mi ero seppellito, sì, da me stesso in quella tomba ridente, ma che altro avrei potuto fare?
E là avevo sorbito, a stilla, a stilla, il sottile veleno del pensiero, per cui ora credevo che la vita avesse valore soltanto quando poteva raggiungere il suo più alto grado di espressione e di forza; là mi ero inorgoglito di essere uomo, e avevo voluto riuscir tale nel più nobile significato di quella parola!
Artista o pensatore, giacchè uomo di azione non era il caso; ma grande artista, gran pensatore…. o niente! Non aggiungevo come il Bissi:—O un colpo di pistola!—Mi mancava l'energia di pensarlo.
E tutto quel lieto sorriso di sole che inondava lo studio, quella luminosità che si riverberava nei mobili, nei quadri, nei ninnoli di bronzo e di porcellana, nel verde delle trasparenti foglioline dei bambù presso la finestra, mi parevano un'amara irrisione, un insulto in quel momento; m'incombevano, peso enorme, su l'anima trambasciata dall'evidenza della mia inanità. Mobili, quadri, ninnoli, piante avevano brividi di vita sotto la carezza del sole e dell'aria primaverile che penetrava dalle aperte finestre. La sola cosa morta colà ero io, disteso su la poltrona, davanti alla vasta scrivania ingombra di libri e di carte! No, un'altra cosa morta mi faceva compagnia: quell'aborto, quello sciagurato tentativo di arte su quei fogli rabbiosamente brancicati, strappati a metà e buttati alla rinfusa parte su la scrivania, parte per terra; e che io guardavo con occhi sbarrati, quasi brani di me squartati da spaventevole mostro, nei quali mi pareva di scorgere gli ultimi sussulti della vita che si spegneva!