Attesi con impazienza che essi fossero andati via per raccogliermi, per mettermi subito al lavoro. Avevo dentro di me un confuso ribollimento da cui credevo dovesse immediatamente scaturire una consimile opera d'arte: novella, romanzo, non avrei saputo specificarlo; ma qualcosa di vivo, di nuovo.
E per due settimane l'illusione persistette, diminuendo a poco a poco d'intensità, senza che io me n'accorgessi.
Lottavo accanitamente contro la resistenza che la forma mi opponeva; mettevo il mio stento a carico dell'inesperienza, delle difficoltà d'un primo serio tentativo; chiudeva gli orecchi alla voce della coscienza critica che si andava risvegliando e mi faceva intravedere tutta la inettezza del mio lavoro. Alla fine, non ebbi neppure il coraggio di consultare gli amici; avevo riconosciuto la mia impotenza creativa in maniera così evidente, che ne sentivo vergogna e rimorso come di un delitto commesso di nascosto. Ero riuscito a far peggio, molto peggio del Lostini!
Negli scritti di lui v'era la volgarità, la sciattezza, ma qualcosa di organico; nel mio lavoro questo qualcosa mancava.
Il Lostini, studiando, avrebbe potuto riuscire a far meglio, forse a far bene; io no. In quel cervello bislacco e incolto esisteva quel tal «che» indefinibile che nessuno studio può far acquistare.
Oh, non era più possibile illudermi! Avrei potuto divenire qualunque cosa; grande artista, no, mai! E la mediocrità, che a quel giovane non dava ombra, a me faceva orrore. Quest'orgoglioso sentimento era il mio supplizio.
Allora, con spietata insistenza, presi a studiare tutti i sintomi della malattia che mi affliggeva.
Che cosa avrei potuto essere?
L'avvocatura richiedeva mezzi diversi da quelli dell'arte; ma mi mancava la fluidità della parola, l'arditezza e la rapidità della concezione che fanno dell'avvocato un mirabile stratego. Mi mancava, sopratutto, quell'elasticità di coscienza da permettermi di credere alla bontà di qualunque causa, purchè vi fossero stati un'imboscata, un tranello da tendere al codice o alla procedura; e mi ripugnava il sapere che sarei stato cosa del cliente, suo schiavo!
La medicina e la chirurgia mi venivano interdette dalla mia debole costituzione; il male fisico mi dava nausee invincibili; e mi repugnava inoltre, egualmente, il dover essere cosa del cliente, suo schiavo!