Un giorno, finalmente, lo vedemmo arrivare a casa mia col cappello a larghe falde sulla nuca, con gli occhi raggianti, quasi spauriti.

—Vorrei leggervi….

E si era arrestato, per guardarci in viso.

Non dimenticherò mai le impressioni di quella giornata, l'urto, la spinta ricevuti, per cui potei illudermi che un uomo nuovo si fosse improvvisamente rivelato dentro di me, ricco di facoltà inattese e stupende. Per la prima volta non mi trovavo più di fronte a un'opera d'arte della quale non potevo penetrare tutti i misteri perchè ignoto mi era il processo d'incubazione che l'aveva formata ignota la persona dentro il cuore e la mente della quale esso aveva avuto luogo, ignoto l'ambiente che aveva contribuito ad agevolarlo.

Mentre il Bissi leggeva, io avevo la pura visione del miracolo creativo in atto. In quei personaggi della sua novella, nel loro sentimenti, nelle loro passioni, nelle azioni, nelle parole, nel paesaggio, in ogni minimo particolare, io riconoscevo qualcosa; ne indovinavo la provenienza; scoprivo relazioni intimissime. Assistevo al mirabile lavoro di fusione e di organamento, all'esplosione della vita, e senza che quell'analisi nuocesse punto all'effetto dell'insieme. Vedevo, per dir così, le parole, le immagini accorrere spontaneamente, come per virtù di attrazione, aggrupparsi, combinarsi. E con le parole e con le immagini le cose, i colori, i sentimenti; particelle di osservazioni fatte insieme; fitto pulviscolo di sensazioni, di reminiscenze sue e mie, che si era agglomerato, ed era diventato unità, forma, avvenimento, opera d'arte insomma. La quale era l'anima di colui che leggeva, e, nello stesso tempo, cosa affatto diversa; riproduceva in sè l'accento della voce di lui, ne rivelava i gesti, tutta l'aria della persona, eppure non poteva dirsi precisamente lui, perchè quelle poche creature, di cui la novella narrava i casi, svolgeva le passioni, riferiva i dialoghi, erano poi creature viventi da per loro, col loro accento, coi loro gusti, con la loro distinta individualità, proprio come colui che le aveva create e che non aveva niente di comune con noi tre intenti ad ascoltarlo, rapiti!

La potentissima corrente che si era sprigionata, da quell'opera d'arte mi aveva penetrato, abitato, reso convulso.

Producendo una benefica rivelazione di me a me stesso, mi aveva infuso potenza di creazione artistica, quasi essa non fosse stata opera del mio amico, ma mia; quasi il Bissi non avesse fatto altro che leggerla benissimo, come io non avrei saputo, prestandomi soltanto la voce, l'accento, e nulla più.

E quando la lettura fu terminata, e il Lostini, levando in alto le scarne mani, esclamò scioccamente, al suo solito:—Tu sarai il primo simbolista d'Italia!—io, che ordinariamente tacevo e lasciavo prima parlare gli altri, scoppiai in un energico:

—Zitto! Non dire bestialità!

E abbracciai e baciai il Bissi che invocava, umile e commosso, il giudizio del Lenzi e il mio.