Non osavo fermarmi un momento a riflettere quale avrebbe potuto mai essere, nel caso che mi fossi deciso a rappresentare una parte attiva nella società. Non mi riconoscevo nessuna attitudine speciale, spiccata, per l'arte, nè per la politica, e molto meno per l'azione di qualunque natura. Mi sentivo condannato a vivere da parassita, a consumare senza produrre, a trascinarmi impotente tra la folla portata via dal turbine dell'attività industriale, letteraria, politica; oggetto di compassione o di riso o di disprezzo; fantasma tra tanti vivi. Niente altro!

Era possibile?

Eppure potevo osservare che qualche non lieve mutamento era avvenuto in me durante quegli anni di apparente inerzia. Un fine senso della concezione d'arte già traspariva dai miei ragionamenti. A ogni nuova lettura, mi sembrava che i confini della mia intelligenza si fossero spostati; intravedevo che un sordo lavorìo era dovuto accadere e accadeva tuttavia dentro di me; lavorìo di digestione, di chilificazione delle immense letture, operato nei più misteriosi recessi del pensiero, dell'energia intellettuale, allo stesso modo della digestione e della chilificazione dell'organismo fisico, se in certi momenti mi riconoscevo cresciuto e fortificato spiritualmente come prima non ero.

Perchè non mi provavo a fare, a produrre?

Il Lostini non riusciva perchè non sapeva, e intanto aveva l'illusione di poter fare, ingannato dalla sua fatuità e dalla sua presunzione. Col Lenzi e col Bissi non ardivo di paragonarmi. Erano organismi perfetti, delicatissimi; sapevano quel che volevano, dove tendevano e dovevano arrivare, e già coordinavano ogni loro minimo atto con quello scopo, sicuri delle loro forze, pronti ad abbattere gli ostacoli e col presentimento dell'immancabile vittoria in fondo al cuore.

Come li ammiravo e come li invidiavo!

IV.

Avevo probabilmente un'istintiva coscienza del mio difetto essenziale; capivo forse, senza possederne ancora netta intuizione, quel che c'era d'immensamente sproporzionato tra gli ideali che mi brillavano nella mente e le mie forze fisiche e intellettuali che avrebbero dovuto metterli in atto. Perciò evitavo di tentare. Avevo paura della delusione che subito sarebbe venuta dietro al tentativo. Pure, una volta, mi lasciai trascinare.

La virtuosità del Lenzi non mi produceva più il gran senso d'ammirazione di prima. Egli poteva scrivere una poesia, una novella, un articolo di critica—con noi parlava di arte soltanto; i suoi saggi di scienze giuridiche non ce li faceva neppur vedere—e non far mai cosa volgare. Versi e prose però non lasciavano trasparire una personalità originale. I riflessi altrui vi venivano fuori evidentissimi, quantunque assimilati con garbo. Egli stesso non dava nessuna importanza a quei capricci che rivelavano, qua e là, un'anima aperta alle diverse espressioni dell'arte.

Pel Bissi, l'arte era cosa sacra. Gli tremava la voce parlandone. Sapevamo che lavorava, lavorava; ma niente di preciso egli ci diceva dei suoi lavori, impedito da quella sua profonda riverenza religiosa, da quel suo gran pudore di artista che non voleva profanare la bellezza, mostrando gli abbozzi informi dov'essa non era riuscita a palesarsi intera.