—Oggi è vacanza!—mi disse, accompagnando le parole con un vivacissimo atteggiamento della testa.

—Non ami la scuola?

—Sì; ma mi piace pure fare il chiasso e andare attorno con la mamma o col babbo.

Moveva rapidamente gli sguardi in giro per la stanza, come se volesse abbracciare ogni cosa con una occhiata; poi si era fermato ad osservare i libri che riempivano gli scompartimenti degli scaffali.

—Li hai letti tutti?—domandò, additandomeli.—Anche il babbo ne ha molti—non tanti—e me li darà quando sarò grande. Ma io voglio piuttosto le sciabole, le pistole, le lance, i fucili appesi alla panoplia—si dice così?—nello studio del babbo. Voglio essere generale io, andare in Africa e ammazzare tutti gli abissini che hanno scannato a Dogali i nostri soldati.

—Chi te l'ha detto?

—Il babbo; lo leggeva nel giornale e io stavo a sentire. E poi ho visto i ritratti…. le figure. Come sono brutti gli abissini! Senti. Ho messi in fila i miei soldatini di piombo, ne ho più di cinquanta, e ho detto:—Voi siete abissini!—Poi, presa la mia sciabola di latta, piff! paff! gli ho buttati per terra e gli ho lasciati là.

—E se gli abissini, quando andrai in Africa, ammazzeranno te?—replicai per provocarlo.

Fece una spallucciata sdegnosa, aggrottando le sopracciglia, stringendo le labbra, e arditamente rispose:

—Prima ne ammazzerò almeno un centinaio! Non sarò solo; comanderò tanti soldati, su un bel cavallo come quello del re.