E moveva le gambe per imitare lo scalpito del cavallo, ergendo la vita, facendo il gesto di infrenarlo per le redini, quasi in quel momento stesse proprio sul dorso di un focoso animale.
Io lo guardavo stupito. Che rigoglioso sviluppo di facoltà in quella creaturina di sette anni! Come le mosse della persona, la prontezza della parola ne mostravano la ferma volontà, la coscienza di potere, la sicurezza di sottomettere tutto alla sua forza! Non riflettevo in quel momento che poteva trattarsi di una spavalderia di bambino; pensavo soltanto che io non ero mai stato capace di sentire e di immaginare qualcosa di simile, e non ne ero capace neppur ora!
Si era avvicinato al tavolino dov'erano ammucchiati tutti i miei lapis, le carbonelle, i pennelli, accanto ad una scatola di colori per acquarello; li esaminava attentamente.
—Faccio un pupazzo?
E senza attendere il mio permesso, aveva intinto un pennello, sorridendo della propria arditezza, mentre prendeva un foglio di carta e se lo aggiustava dinanzi. Mutò pensiero a un tratto:
—Fammelo tu, ma bello! Un soldato con cappello da bersagliere.
—Un'altra volta,—risposi:—Oggi sono occupato.
—Allora me ne vado.
Era corso verso una pianta di bambù. Ne accarezzava le foglioline, ne piegava gli esili rami.
—Come si chiama questa pianta?