Il suo studio era al pianterreno.

Andavo sempre a cercarlo colà quando volevo vederlo, e nei giorni e nelle ore che sapevo di trovarlo con certezza. Ma questa volta anticipai a posta, e salii al terzo piano dov'egli abitava con la madre e una zia paterna.

L'annunzio della mia visita lo maravigliò tanto, ch'egli venne in salotto in maniche di camicia.

—Mi vestivo per scendere nello studio…. Scusa se mi presento così….
Che novità? Non ho saputo resistere.

—Finisci di vestirti; non c'è nessuna urgenza.

Ero imbarazzato. Avevo ideato il pretesto di non ricordo più qual libro da farmi prestare. Fanciullaggine! Il vero motivo della mia visita era quello di osservare, se mai lo avessi scoperto nel salotto, il ritratto di sua sorella. Lo avrei riconosciuto dal posto in cui si sarebbe trovato, certamente accanto al ritratto della madre o del padre morto, o della zia. La madre e la zia le conoscevo per averle viste una o due volte pochi mesi prima. Le due donne vivevano ritirate, non frequentavano società, dedite a pratiche religiose e ad opere caritatevoli, senza ostentazioni e senza eccessi.

Infatti!…

—Ah!… Sono lieto di coglierti in fallo—esclamò il mio amico trovandomi intento a osservare alcuni ritratti schierati, in belle cornici di velluto, sur una consolle.

Arrossii, e balbettai:

—Questa è tua sorella, è vero?