Ora sorrido con immensa tristezza di tutte queste fantasticherie, di tutta questa poesia, di tutto questo misticismo che mi straboccava dal cuore e dalla mente in quei felici giorni, quando per poco non mi sembrava che tutta la vita dell'universo fosse concentrata in noi due, e che l'orgoglioso mio disegno, i miei grandiosi proponimenti fossero proprio sul punto di attuarsi con la più piena misura!

La deformazione del mio spirito era tale, che mi rallegravo anche di non sentire per Fausta qualche cosa che potesse somigliare lontanamente all'amore. Che ella mi amasse, mi sembrava giusto, naturalissimo. Donna, ella doveva usare delle sue facoltà primitive, l'immaginazione e il sentimento. Pensare, riflettere, spettava a me. Nel mio cervello, quelle primitive facoltà erano state assorbite, assimilate da facoltà superiori, ed operavano sottomesse a queste. Senza dubbio, amavo anch'io, ma in maniera così diversa, così elevata, che quel mio sentimento meritava appena il nome di amore, unicamente per farmi intendere e per intendermi! E m'insuperbivo di questa distinzione.

Facevamo lunghe passeggiate, soli soli, portando con noi una frugale colazione, qualche libro di versi o un romanzo. Mangiavamo, spensierati come due fanciulli, all'ombra di un albero, dentro una grotta, dove gemeva, in una fonticina, acqua freschissima, limpidissima e di sapore delizioso; su un ciglione di collina, tra i sassi, gli sterpi e le erbe; e spesso le poche persone di servizio ci attendevano alla villa, con ansia, vedendoci ritardare insolitamente.

Il Bissi mi ripeteva da Desenzano la sua solita domanda:

—Che fai? E l'arte?… Ne hai smesso ogni pensiero?

E mi dava la lieta notizia:

—Lavoro a un romanzo.

—E tu, non hai scritto niente?—mi domandò Fausta.—Hai studiato tanto!
Non t'impedisco io, è vero?

—Ho qualcosa di meglio da fare!—risposi.

—Eppure sarei orgogliosa di vedere il tuo nome su pei giornali, su la copertina di un volume. Roberto dice che hai troppo ritegno, troppa modestia.