Così Fausta non rappresentava per me la bellezza, la giovinezza, la vita o l'amore soltanto,—giacchè mi sentivo, mi riconoscevo già amato da lei,—ma qualcosa di talmente elevato, di talmente misterioso e divino, che l'accostarmele e il possederla mi turbava, mi agitava con sottilissima pena.
—In ugual modo,—pensavo,—deve turbare e agitare l'idea di sentirsi vicino alla morte e nel punto di penetrare il grande Ignoto, l'Essere infinito dove ogni forma vivente torna a confondersi, per poi riprodursi con nuove apparenze nel creato!
Quel mio stato di muta adorazione, Fausta, nei primi istanti lo interpretò per freddezza. Come farla partecipare ai miei sentimenti, alle mie idee? Temevo di non sapermi esprimere e di non essere compreso. Questa convinzione mi impediva di parlare. Che importava infine? Sapevo di essere la Volontà, la Forza maschile, l'Elemento fecondatore e creatore, quel che doveva vincerla e sottometterla. Eppure, in quei momenti, avrei piuttosto voluto produrre il miracolo di compenetrarla spiritualmente, senza che niente di basso, di sensuale si fosse mescolato all'atto supremo.
Fortunatamente la Natura ha maggior potere di qualunque individuale convincimento. Essa opera in noi, nostro malgrado. Perciò, soltanto dopo, io potei riflettere che, fin dall'inconsapevolezza dell'abbandono, avevo compito un atto di sacrificazione, una preghiera propiziatoria, e mi auguravo che venissero accolti ed esauditi, come meritavano, per la loro purezza e la loro intensità.
E, con che vivo senso di superstiziosa premura, il mattino appresso, appena, l'aurora cominciava a colorire di roseo i lembi del cielo all'orizzonte, io svegliai Fausta per condurla su l'alta terrazza della villa affinchè vi ricevesse la benedizione dei primi raggi del sole!
Era incantata. Non aveva mai visto quel maraviglioso spettacolo che rallegra la terra tutte le mattine.
Di lassù, a perdita d'occhio, la campagna appariva un vasto oceano di verdura. I monti lontani, velati da vapori azzurrognoli, ergevano le cime indorate dal sole che emergeva dalle nuvole come da un letto di freschissime rose.
Fausta era un po' pallida, coi capelli in vago disordine, con atteggiamento di soave languore, e si appoggiava al mio braccio, sorridendo di ammirazione. Io ammiravo lei, che forse già portava in seno la germinazione di vita da cui veniva resa sacra agli occhi miei!
Il sole, che la inondava e l'avviluppava con la sua luce, cooperava probabilmente….
Ah!