—Grazie, Fausta!
E le baciai rapidamente la mano.
—Eccoci!—ella rispose alla chiamata del fratello.
XIII.
Quel mese da noi passato a Villa Fausta—mia madre mi aveva suggerito di ribattezzarla così—lo rivedo nei ricordi come un'impressione di sogno, quasi non ci fosse stata nessuna continuità nei nostri atti, quasi noi fossimo sbalzati, volati da un punto all'altro con la facile incoerenza della vita onirica, e da una circostanza all'altra, senza neppure quella strana coscienza, che talvolta abbiamo, di sognare.
Mio padre aveva fatto scolpire sotto i capitelli del cancello il nome della mamma; e rammentando i tristi due anni della mia fanciullezza trascorsi colà, soleva chiamarla Villa Amara, invece di Villa Maria. Allora—lo seppi assai dopo—egli temeva di perdermi; e ogni visita era una angoscia nuova pel suo cuore di padre, quando non scorgeva in me il rapido miglioramento che egli avrebbe voluto.
Vi ero tornato solo o con la mamma parecchie volte negli ultimi anni, e la chiamavo anche io Villa Amara perchè non vi trovavo nessun ricordo che potesse rallegrarmi, perchè neppure allora ne ricevevo nuove impressioni che riuscissero a scancellare le grigie impressioni infantili.
Ora rammento, vagamente, con che sorriso parvero accoglierci i viali, le stanze, e come tutto mi sembrasse improvvisamente trasformato.
La mia trepidanza era straordinaria.
Quel che stavo per compire mi sembrava il più solenne atto religioso della mia vita. Non credente, mi ero sottomesso molto volentieri alla benedizione in chiesa, perchè stimavo anche allora che certe forme hanno un gran valore, se non per sè stesse, per quel che contengono d'aspirazione ideale. Trascurarle, rifiutarle mi sarebbe parso azione da bestia, non da uomo.