—Ti senti meglio?
—Sì, Dario. Solamente…. una gran lassitudine…. E poi…. Ecco, mi riprendono le nausee di poco fa, ma…. più forti.
Mia madre ed io scambiammo una lunga occhiata di tenerezza, di gioia repressa.
Stesi le mani ad accarezzare delicatamente il viso di Fausta, ritenendomi dallo stringerla al petto, come avrei voluto fare in uno slancio di gratitudine immensa, per paura di nuocerle in quello stato.
Non ci ingannavamo, mia madre ed io? Era quella la rivelazione così ardentemente invocata?
Quel giorno non le dicemmo niente del nostro sospetto, e neppure nei giorni appresso, quando il sospetto fu lietissima certezza.
Io ero diventato un bambino. Avrei voluto correre, saltare, gridare per dar qualche sfogo fisico alla mia intensa gioia. Due volte mi ero sorpreso, nel mio studio, con le mani giunte e gli occhi rivolti al cielo, in atto di ringraziamento e di preghiera; e, nonchè arrossire di un atto che contradiceva alle mie convinzioni filosofiche, non me n'ero nemmeno maravigliato.
Stavo attorno a Fausta, in gioconda ammirazione di quel fragile corpo di donna che conteneva il misterioso germe, la mia speranza, la mia vittoria!
E quando neppur essa potè più ignorare, e mi accorsi che era triste, agitata dalla paura, che il mio desiderio potesse venire frustrato, mi affrettai a rassicurarla:
—Non importa; qualunque sia l'esserino che ci verrà concesso, sarà sempre accolto come una benedizione.