—Certamente.
—Come lo sai?
Le spiegai il mezzo di cui mi ero servito.
—Eh, via!…—esclamò delusa.—È uno scherzo.
—Tante altre cose gli scienziati stimano scherzi e superstizioni e, alla prova, non sono tali.
Parlavo gravemente, con convinzione, in quel momento.
—E poi,—conchiusi,—spesso la felicità consiste in un'illusione. Non priviamoci di questo beneficio!
Sorvegliavo ogni movimento, ogni atto di Fausta. Le sue passeggiate, il suo nutrimento, le sue più indifferenti occupazioni diventavano per me tanti difficili problemi da studiare, da risolvere ponderatamente. Qualunque commozione, qualunque impressione capace di avere influenza su l'organismo del nascituro—non dubitavo più, era un figlio!—mi teneva ansioso, mi atterriva, mi rendeva importuno, seccante con la povera Fausta; e me ne scusavo e gliene chiedevo perdono, quando mi accorgevo di eccedere troppo.
—Senti com'è irrequieto!—ella mi diceva.
Non potevo accertarmene. I movimenti interiori che ella notava non erano ancora tanto sensibili da essere verificati esternamente.